«Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra
è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre.»
ORIANA FALLACI
ED E’ SUBITO SERA
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo
IO
TORNERO’
Un
giorno, uomo o donna, viandante,
dopo,
quando non vivrò,
cercate
qui, cercatemi
tra
pietra e oceano,
alla luce
burrascosa
della
schiuma.
Qui
cercate, cercatemi,
perché
qui tornerò senza dire nulla,
senza
voce, senza bocca, puro,
qui
tornerò ad essere il movimento
dell’acqua,
del
suo cuore
selvaggio,
sarò qui,
perso e ritrovato:
qui sarò
forse pietra e silenzio.
Pablo
Neruda
Cogli questo piccolo fiore.
Cogli questo piccolo fiore
e prendilo. Non indugiare.
Temo che esso appassisca
e cada nella polvere.
Non so se potrà trovare
posto nella tua ghirlanda,
ma onoralo con la carezza pietosa
della tua mano – e coglilo.
Temo che il giorno finisca
prima del mio risveglio
e passi l’ora dell’offerta.
Anche se il colore è pallido
e tenue è il suo profumo
serviti di questo fiore
finché c’è tempo – e coglilo.
R.Tagore
GLI SCRITTI DI CLARA
DONNE CON LE PALLE
Ha
circa 85 anni, malata di tumore e, per la seconda volta, si è rotta un femore,
con tutte le conseguenze di immobilità, dolori, mancanza di indipendenza.
E’ la
mamma di un mio amico e così la vado a trovare e, sentendomi un pò cretina dati
i presupposti, le chiedo: “Come sta, signora?”
“BENISSIMO”,
mi risponde.
Come
benissimo?!, mi chiedo, ma non oso approfondire perché temo che anche la sua
mente sia compromessa.
E
invece no!: sta benissimo perché tutto sommato potrebbe andare peggio, perché
può ancora spostarsi in casa con “l’arnese”, perché ha un figlio che si prende
cura di lei con amore ed intelligenza, perchè le piace la nuova casa in cui si
sono trasferiti da poco, perché … perché è un’ottimista e sa apprezzare le cose
che contano!
Non
trascura nemmeno l’aspetto teatrale (drammatico, direi io) della vicenda:
quando è caduta, era sola in casa e si è trascinata fino alla porta e l’ha
aperta.
“Stando
a terra e con un femore rotto non è facile” mi fa notare orgogliosamente.
“Lo
posso ben immaginare, signora” rispondo e lei si sente Rambo.
E poi
bussa (sempre da terra) alla porta dei dirimpettai (“tanto preoccupati”) che le
prestano i primi soccorsi e poi arriva un
altro vicino (“gentile, proprio gentile”) che chiama l’ambulanza e poi
arrivano “quattro bei giovani, ma proprio belli” della croce verde: ma come è
possibile che una persona in quelle condizioni riesca ancora a notare, se chi
se la porta via è bello o no!? E come è possibile che di tutto il fatto, oltre
al suo comportamento eroico, ricordi solo la disponibilità e la gentilezza
della gente? Non una parola sulla paura che deve aver provato, sul dolore
lancinante, sulle cure certo non piacevoli, sul fatto di dipendere quasi in
tutto dal figlio? Ma ha ragione lei, questa piccola, vecchia donna semplice, ma
straordinaria nella sua saggezza.
Ecco
fatto: ero venuta per dare il piccolo conforto di una visita e me ne vado con
un bell’insegnamento: la prossima volta che mi salirà alle labbra una
lamentazione, mi ricorderò di lei e sicuramente cercherò di trovare l’aspetto
buono della faccenda, a costo di cercarlo con puntiglio: alla peggio sarò
impegnata in qualcosa di diverso dal lamentarmi!
C. è anche
lei malata, ma è ancora abbastanza giovane per non gradire la cosa.
Inoltre
l’azienda che ha contribuito a far nascere e crescere, assieme al marito ed al
cognato in trent’anni, è appena uscita da una grossa crisi che poteva essere distruttiva
e non è ancora del tutto stabilizzata. I due uomini sono accasciati e tutto il
peso della vitalità dell’azienda è sulle sue spalle.
A lei
sta molto a cuore perché è l’eredità per cui i tre senior hanno lavorato
duramente: l’eredità per i 5 figli che
stanno appena ora rendendosi conto di cosa significa dirigere un’azienda oggi.
Lei vede bene che non sono ancora pronti, sono titubanti, non preparati su
tutti i fronti, anche se intelligenti e pieni di voglia di fare.
Alle
prime visite come consulente, mi aspettavo una commerciante rampante, una donna
una po’ troppo ambiziosa, come spesso sono le donne manager.
Ora che
la conosco meglio vedo una donna forte quando si tratta di difendere l’azienda
ed il futuro dei propri figli e nipoti. Una donna appassionata quando li
stimola ad imparare sempre cose nuove, a sperimentarsi, a collaborare con
armonia ed intelligenza.
Una
donna lungimirante, quando ricorda a figlie e nipoti che devono salvaguardare
anche la loro vita privata e non pensare solo al lavoro. Una donna accorata al
pensiero che non tutto potrà essere sistemato prima che lei … se ne vada.
La sua
laurea in lettere, sacrificata al bene familiare, non l’aiuta certo ad
affrontare questioni di management: ma il suo buon senso, la sua grinta, la sua
chiarezza di idee sui valori della vita e sull’etica del lavoro, il suo
rispetto per tutti coloro che la circondano oltre, ovviamente, ad una annosa
esperienza, la portano a fare valutazioni più che appropriate e ventilare
strategie vincenti: ma è sola in tutto ciò, per il momento.
E’
così consapevole di quanto ha messo in
gioco, in tutti questi anni, è così determinata nel perseguire il suo traguardo
che a volte mi sembra stia per gridare: “MI SPETTA!”
Una
cosa è certa: mi ha coinvolto in questo suo triste entusiasmo ed ho raccolto la
sfida: metto a sua disposizione la mia professione, nonostante le premesse
estremamente problematiche, la mia silenziosa amicizia e tutto il rispetto
dovuto ad una “ donna con le palle”.
Si fa fatica a capire cosa significa
essere Armeni: un popolo che avrebbe le radici più lunghe di tutta la
cristianità e delle persone che non hanno radici più lunghe di una o due
generazioni.
E’ un
fatto normale, per un Armeno o un’Armena, essere pienamente tale e venire
indifferentemente dalla Francia, dal Libano, dalla Siria, dalla Turchia, ecc.,
ecc., ecc.. Là sono queste esigue radici, dopo la diaspora, e da là ancora via
verso l’Europa, l’America.
Conosco
alcuni di questi viaggiatori della cultura, che non “emigrano” per sfuggire da situazioni difficili, ma
semplicemente si spostano per studiare, per realizzare al meglio le proprie
professioni, per amore, perché forse ogni luogo vale l’altro quando non è
l’Armenia.
E, tra
questi, Sonia: un’amica speciale. Per amore di Willy (italianissimo nonostante
il nome) ha vissuto un po’ in un villaggio africano (sob!) e poi è atterrata a
Verona.
Lei
spesso mi racconta della sua vita con la sua famiglia in Libano e, nonostante
abbia vissuto la guerra, ha una profonda nostalgia per la festosa città che
l’ha vista giovanissima e per i legami con madre e sorelle (disseminate tra
Libano, Grecia ed Emirati) che sente fortissimi e che generano una fitta rete
di lettere, mails, telefonate e silenziosi messaggi del cuore.
Sono
molto gentili gli Armeni e Sonia non fa eccezione: è gentile ed affettuosa ed
aperta ed accogliente e gioiosa … ed è finita in Veneto, dove queste doti non
sfolgorano certo sul vessillo della regione.
Posso
ben immaginare cosa le possa essere costato calarsi in questo spento modo di
vivere. E la fonte della mia ammirazione per Sonia sta proprio nel fatto che da
un lato si è adattata: non critica, non si lamenta, non manifesta rimpianti,
non fa confronti malefici, e dall’altro non si è adattata troppo: è rimasta
gentile ed affettuosa ed aperta ed accogliente e gioiosa ed Armena.
Riesce
a manifestare rispetto per l’Italia e gli italiani e, contemporaneamente, a salvaguardare il suo essere Armena
Libanese attraverso il suo carattere, cucinando spesso alla maniera
tradizionale dei suoi paesi e mantenendo vivo l’amore par la loro musica,
disseminando tutto ciò tra gli amici italiani che hanno voglia di “conoscere”.
Con
queste poche righe voglio dirle che, nel “manuale per la pace”, lei ha scritto
un capitolo fondamentale. Grazie Sonia.
Anche Milagros è arrivata in Italia
per amore, ma questa volta da Santo Domingo.
La sua
non è la storia di una straniera, ma di una madre prescelta.
Fino ad
un anno fa la sua vita era normale, serena, in attesa “orizzontale” per quasi tutta
la gravidanza, del secondo figlio tanto desiderato e cercato.
Ma un
errore medico ha causato dei pesanti problemi al piccolo cervello di Diego e la
vita di tutta la famiglia è cambiata.
Certo,
Milagros ha vissuto momenti tremendi ed ancora ha giornate difficili, ma ha
impostato tutta la faccenda sul benessere dell’intera famiglia, aiutata da un
marito molto presente e da una figlia tredicenne più matura di quanto la sua
età comporterebbe.
Tutte
le strategie sono state adottate, tranne la resa: la nuova casa dove si sono
trasferiti è in un posto tranquillo, con un bel giardino, è arredata
festosamente con tanti colori che stimolino il bimbo e stemperino la pena dei
genitori. L’ acquisto di una cosa tipo stream-tv rende più interessanti e
divertenti giorni e serate forzatamente trascorsi in casa.
Ma
quello che più colpisce è la serenità con cui Milagros affronta le fatiche
quotidiane legate alla salute di Diego: visite mediche frequenti, ginnastica
stimolatoria ripetute volte al giorno, incontri periodici al centro
specializzato, la vigilanza continua sui piccoli passi avanti.
E non
ce dubbio che, nonostante il pessimistico verdetto dei medici alla nascita,
Diego è presente ed è vissuto come la presenza gioiosa di un essere per cui la
madre ha un grande progetto: portarlo
più in alto possibile nel cammino della vita.
Anch’io,
come la mia amica, credo fermamente che quando sarà grande Diego si dimostrerà
un’anima speciale. Altrimenti perché avrebbe scelto una madre speciale?
I figli
ci scelgono per realizzare i loro disegni e quello che Diego ha scelto di
sperimentare, forse, è la via dell’amore totale, perché nel cuore di Milagros
c’è tanto posto per Diego, ma ne lascia molto anche per la figlia, il marito,
la famiglia di origine, gli amici, e, cosa più difficile in questi frangenti,
anche per sé stessa.
Molto
lucidamente, sa che non può reggere a lungo, nutrendo questo figlio d’energia e
d’amore, se a sua volta non attinge a fonti di amore ed energia. Ed eccola
frequentare dei corsi di yoga, accogliere amici festosamente, dedicare tempo
alle lettura ed alla musica
E’ così
che penso a lei: un rimpianto nel cuore, ma sorridente alla vita, fiduciosa che
la vita tornerà a sorriderle.
EUGENIO
LA NASCITA
Dovevo immaginare che la vita con mio
figlio sarebbe stata movimentata ed imprevedibile da come sono andate le cose
il giorno della sua nascita.
Ho
consultato una statistica che assicura
che i nascituri non preferiscono una fascia oraria piuttosto che un’altra. E allora,
che necessità ha Eugenio di farsi vivo alle 03.30 del mattino, sapendo che
dobbiamo andare in un ospedale fuori città? Forse perchè, gli dispiace farci perdere, se ritarda di un
pochino, l’ultima notte di nebbione dell’inverno, così inquietante quando si
gira per la campagna della bassa veronese, in stato metà comatoso per il
risveglio repentino è metà tarantolato
per l’agitazione. E, se sapessimo cosa vuol dire diventare genitori,
forse lo saremmo ancor di più, agitati.
Ma l’alzataccia ed il viaggio deve aver
stancato anche lui, perché, all’arrivo: quiete sublime per ore, tanto che
l’ostetrica - vecchiotta e traccagnotta – lasciando il servizio, fa una
previsione terrificante: "Ci vediamo domani mattina, assito io al parto”.
Ma alla venuta dell’ostetrica subentrante – giovane e bionda - improvvisamente
Eugenio si ricorda che quel giorno ha un appuntamento (con l’ostetrica?) ed
accelera i tempi in modo tale che poco dopo il mio lettino sfreccia per il corridoio della clinica con la
temerarietà di Emerson Fittipaldi (?) ma non con altrettanta tenuta di strada.
Io rido a crepapelle, dando l’impressione che l’esperienza di diventare mamma
sia per me molto più traumatica del dovuto. Ma la mia non è una risata
isterica, è una risata di allegria, perché non ho mai amato le cose scontate,
la monotonia e mio figlio promette, ancor prima di nascere, di soddisfare
queste mie preferenze…anche troppo.
LA GRANDE IMPRESA
Eravamo in montagna e la
pro-loco del paese aveva organizzato una marcia lungo i sentieri della vallata.
Sebbene fosse molto al di sotto dell'età richiesta per partecipare, Eugenio ha
voluto a tutto i costi "correre" con gli altri, veterani della
montagna o turisti occasionali, ripetendo all'infinito: "voglio
anch'io". Il nonno ed io lo abbiamo tenuto d'occhio - da lontano - ed
abbiamo potuto così osservarlo mentre procedeva in totale autonomia.
Sembrava un piccolo gnomo,
rotondetto, un po' curvo nello sforzo, con i piedi un po' rivolti in fuori, le
braccia tese lungo il corpo quasi potessero aiutarlo con l'espressione della
loro forza, i movimenti un po' sconclusionati, i grandi occhi marroni attenti
agli altri e timorosi di non essere all'altezza dell'altrui spavalderia, i
capelli arricciati dal sudore.
Avanzava, ovviamente, a
fatica, ma pian piano ha imparato a regolare il passo sulle proprie
possibilità, ad aiutarsi col dondolio della braccia per tenere il ritmo del
camminare, ha perso quell'aria concentratissima che aveva all'inizio.
Ha incominciato a capire che
la sua performance, iniziata come un puntiglio inconsapevole dello sforzo
richiesto, era davvero qualcosa di eccezionale a prescindere dal risultato ed
allora ha rialzato il capo, guardandosi intorno con una certa aria di trionfo,
ha iniziato a "giocare" al montanaro con buffi passi esagerati ed a
chiamare gli animaletti (uccelli e farfalle) spiegando loro la sua impresa:
"io corro come i grandi".
Ha avuto compagnia fino alla
fine, sebbene arrivasse buon ultimo, perché costituiva un valido alibi per gli
"sfiatati" che potevano, con questa scusa, rallentare l'andatura e
lui sembrava accorgersene perché acquisiva a mano a mano una certa aria di
condiscendenza: era lui che accompagnava gli altri ed indicava i punti
difficili ed i sassi più grossi in mezzo al viottolo. Si esprimeva soprattutto
a gesti, ma le sue occhiate ed il suo sorriso erano alquanto eloquenti.
Avendo parlato poco durante
tutto il percorso, alla fine, tornati a casa con la coppa, e' esploso in un
dettagliato e sconclusionato resoconto della sua avventura, accettando con orgoglio
i complimenti del nonno e rifugiandosi sfinito tra le mie braccia, pur negando
a parole la fatica.
LA SCOPERTA DELL’ESOTICO
Aspettiamo una
coppia di amici, che ci hanno preavvisato che si è aggregato un amico arrivato
improvvisamente. Non ci dicono che è arrivato improvvisamente… dal Congo.
Se
è nostra la sorpresa quando apriamo la porta….per Eugenio – tre anni - è uno
shock: per la prima volta incontra un
ragazzo di colore.
Per
tutta la sera, mentre la conversazione procede piacevolmente, lo osserva: immobile, muto, ad occhi sbarrati.
Al
momento dei rinfreschi lo coccola in modo particolare: gli porge lui il
piattino col gelato, la salviettina, il bicchiere di vino e poi se ne esce:
“Sei un po’ scuretto, tu, eh?!”
IL
DESIDERIO DI UN FRATELLO
L’antefatto.
Eugenio,
rimasto figlio unico per disperazione, ha, per lunga pezza, chiesto un
fratellino, per giocarci, per avere compagnia, forse per stupirlo con i suoi
effetti speciali.
Dare
spiegazioni di strategia familiare ad un bambino è difficile e pressochè
inutile soprattutto se cozza contro quello che lui desidera, soprattutto se
cozza contro quello che Eugenio desidera.
Per
un po’ ha meditato sui vari problemi concernenti l’avere un altro bambino
piccolo in casa ed ha trovato una soluzione geniale: ha iniziato a chiedere un
fratello più grande! Anche una sorella più grande, se non si poteva far di
meglio.
Di
fronte a tale proposta, abbiamo cercato di dargli una spiegazione di
impossibilità tecnica, che non l’ha convinto per niente, ma è riuscita ad
annichilirlo per un bel po’di tempo.
Il
fatto.
Sono
passati alcuni mesi di silenzio sull’argomento.
Siamo
in gelateria, gremita di bambini, taluni con privilegio di fratellino/sorellina.
Eugenio osserva un po’ e poi mi chiede: “Almeno posso avere una cagnolino?”
L’abbiamo subito accontentato.
TUTTO
QUELLO CHE SI IMPARA A SCUOLA
Siamo
ospiti, per la prima volta, presso i genitori di una nostra amica, nella loro casa di campagna, in Piemonte.
Come
sempre, quando non si ha confidenza, si fa il gioco snervante della cortesia ad
oltranza ma poi, finalmente la tensione si allenta e si chiacchiera
amichevolmente. Tanto che veniamo coinvolti in una serie di pettegolezzi
piccanti. Io lancio occhiate di avvertimento al nostro ospite perché non si
lasci andare a descrizioni troppo crude davanti alla creatura di sei anni .
Tutto
procede bene finchè non subentra la
necessità descrittiva di usare un termine come… peripatetica. Questo termine,
peraltro appropriato, direi anzi dotto e scelto con molta cautela dal narratore, risulta, per l'appunto,
sconosciuto ad Eugenio che mi si avvicina e, sussurrando, mi chiede
spiegazioni. Io, madre illusa dell’innocenza del mio bambino (a 6 anni ci
mancherebbe altro!), gli spiego che dicesi peripatetica una ragazza che ha
diversi fidanzati.
Ed
Eugenio, illuminandosi tutto: “Ah, praticamente una zoccola”
UN
FIGLIO MAGGIORENNE ?
San Giovanni Decollato, come tutti sanno, non
è il protettore degli aviatori. Quello che non tutti sanno è che non è stato un
martire, fulgido esempio per la Cristianità: in realtà era un ragazzotto di
17/18 anni, piuttosto sghiandato, tipico esempio della nuova generazione, che,
tornato a casa “senza testa” - per
sbadataggine, si intende - non ha trovato di meglio che inventare la scusa del
martirio per giustificare la cosa con
propri genitori.
Infatti
la testa dei nostri figli, ancorchè vacante, riesce tuttavia a creare una
cortina fumogena di scuse, un labirinto di non-sensi, un intrico di
contraddizioni subito contraddette che, ne sono certa, ha lo scopo di
sfiancarci lungo il cammino di una estenuante ricerca della “verità vera”
riguardo al fatto che si sono persi le chiavi, il portafogli, qualche
documento, gli occhiali, il telefonino o,
quando si impegnano a fondo, l’intero zaino o la strada di casa.
Vi
faccio un esempio. Pochi giorni fa mio figlio Eugenio torna da una semplice
vacanza di qualche giorno, ospite di una compagna di scuola, nonché amica. La
casa è piuttosto isolata, la si avvicina in macchina, ma la si raggiunge solo a
piedi. Ero abbastanza tranquilla perché questa circostanza, conoscendo la
simpatica pigrizia di mio figlio, lo avrebbe fatto stare di più tra le mura
domestiche… limitando i danni. Comunque, dicevo, Eugenio torna e nelle prime
ore dal rientro mi racconta entusiasta
della natura, delle persone con cui è stato, delle ore di studio che è riuscito
a fare, dimostrando, così, di essere un ragazzo sveglio, sensibile, entusiasta
della vita e, incomincio ad illudermi, anche saggio. Ma, dopo un po’, con una
naturalezza che non può non allarmare chi abbia un po’ di esperienza con i
18enni del nuovo millennio, chiede le
mie chiavi di casa. A questo punto una madre meno navigata gliele affiderebbe,
col rischio di non veder tornare più né loro né il figlio. Ma tutti i miei
meccanismi istintivi attivati dallo spirito di sopravvivenza si allertano e,
fingendo una calma che non provo, avvio un dialogo che so già sarà allucinato, un
colloquio alla Jonesco, uno stressante tentativo di vedere la luce, che non può
prevedere domande dirette in quanto sono del tutto escluse le risposte chiare
ed esaurienti che un frangente del genere sembrerebbe poter permettere.
Madre:
“Perché non usi le tue?” (mai saltare a conclusioni affrettate, tipo: “Le hai
perse?” perché , pur rispecchiando la cruda realtà, il ragazzo potrebbe
offendersi e protestare: “Ecco, non hai fiducia in me!” chiudendo per sempre il
discorso e impedendo di porre riparo)
Figlio:
“Non le ho”. Punto.
Madre:
“Come mai?” (sempre con estrema cautela, per non far fuggire la preda)
Figlio:
“Sono rimaste in montagna” (notare come
la colpa sia sottilmente attribuita alle chiavi che non si sono
affrettate a raggiungere la comitiva al rientro, ma hanno preferito
allungare di qualche giorno un così
piacevole soggiorno)
Madre:
(subdorando che non è tutto qui): “Cos’altro è rimasto in montagna”
Figlio:
(già lievemente offeso per quel “cos’altro”): “Niente, ovvio”.
Madre
(che non demorde): “Come hanno fatto, le chiavi, a uscire dallo zaino” (la
colpa deve rimanere attribuita alle chiavi).
Figlio:
“Non erano nello zaino”.
Madre
che pensa “Beccato!” e dice, più cautamente: “Ah sì, e dove?”.
Figlio:
“Nel giubbino multitasche”.
Madre:
“Allora è rimasto in montagna anche quello!” (punto esclamativo appena
accennato)
Figlio:
“Ovvio”
Madre
che pensa: “A me Kafka mi fa un baffo”.
(Dopo
qualche giorno si scoprirà perché le chiavi hanno voluto rimanere in montagna
con la complicità del giubbino multitasche: volevano godersi in santa pace la
compagnia dell’orologio da polso nuovo, strafigo!).

DANZA LENTA
- Scritta da
un’adolescente ammalata in un ospedale a New York -
Hai mai guardato i bambini in un girotondo?
O ascoltato il rumore della pioggia quando cade a
terra?
O seguito mai lo svolazzare irregolare di una farfalla?
O osservato
il sole allo svanire della notte?
Faresti meglio a rallentare. Non danzare cosi veloce.
Il tempo è breve. La musica non durerà.
Quando dici "Come stai"?" ascolti la risposta?
Quando la giornata è finita ti stendi sul tuo letto
con centinaia di domande che ti passano per la
testa?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare cosi veloce. Il tempo è breve. La
musica non durerà.
Mai detto a tuo figlio, lo faremo domani? Senza notare nella fretta, il suo
dispiacere?
Mai perso il contatto con una buona amicizia che poi è finita perchè tu non
avevi mai avuto tempo
di chiamare e dire "Ciao"?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare cosi veloce.
Il tempo è breve. La musica non durerà.
Quando corri cosi veloce per giungere da qualche parte ti perdi la metà del
piacere di andarci.
Quando ti preoccupi e corri tutto il giorno, é come un regalo mai aperto . . .
gettato via.
La vita non è una corsa. Prendila più piano. Ascolta la musica prima che la
canzone sia finita.
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