23 dicembre all’Upif di Peschiera

 

 

 

 

 

12 dicembre all’Upif di  Buttapietra

 

 

Checco, Simone, Beppe, Loredana, Lucio, Maestra

 

  

Claire - Raffaella

 

 

 

 

 

 

STELLE DI NATALE

Storie e Poesie da tutto il Mondo

A cura di Claire Sargint

 

 

 

 

 

“Chiunque sia ancora sveglio alla fine di una notte di storie,

sicuramente diventerà la persona più saggia del mondo.

Così sia per voi. Così sia per tutti noi.”

 

Tra la gente magiara c’è un’antica tradizione di raccontare storie mentre si svolgono le attività quotidiane.

Alle grandi questioni esistenziali, soprattutto se riguardano il cuore e l’anima, il più delle volte si risponde narrando una storia.

 

 

La prima delle nostre storie é una  fiaba  di  Thomas Matthaeus Muller, che ci racconta di

 

“Quella volta che Babbo Natale non si svegliò   in tempo”

 

 Hubert, l'anziano Babbo Natale, saltò giù dal letto: accipicchia, non si era svegliato in tempo!

Era già la vigilia di Natale, e non c'era ancora nulla di pronto, nemmeno un pacchettino! Dappertutto sul pavimento erano sparse in disordine le molte letterine di Natale che il postino aveva fatto passare attraverso una fessura della porta.

Quasi contemporaneamente qualcuno bussò alla porta e la renna Max, fedele assistente di Hubert, entrò puntuale come ogni anno. "E che cosa faccio adesso?" si lamento Hubert. "La sveglia non ha suonato!" "Chiedi a Otto, il mago, se può fermare il tempo, cosi tu potresti procurarti ancora tutti i regali", suggerì la renna Max.

"Otto sa soltanto far apparire conigli dal cilindro!"  brontolò arrabbiato Hubert. "E per di più soltanto bianchi!" "Allora portiamoci dietro la cassa dei travestimenti", disse la renna Max. La cassa dei travestimenti era un baule enorme e pesante, piena di vecchi costumi, fazzoletti colorati, cappelli, scarpe e scialli che Hubert, anni prima, aveva ricevuto in regalo da una compagnia teatrale.

Quando la caricarono sulla slitta questa si ruppe nel mezzo. "E adesso che faccio?" si lamentò Hubert. "Portiamola a mano." sbuffò la renna Max, si sfregò gli zoccoli prima di mettersi al lavoro e trasportarono la cassa cosi per tutta la strada fino in città... per fortuna era in discesa.

Tutti i bambini stavano già aspettando con ansia i regali di Natale. Ma quell'anno Hubert e Max, al posto dei regali, portarono delle storie che avevano sentito raccontare nei diversi posti della terra da cui erano passati…. E non ebbero niente in contrario quando, uno dopo l'altro, i bambini si misero anch'essi a raccontare…..

 

Questa storia viene dalla Russia e racconta del NATALE DI MARTIN  di Leone Tolstoj.


In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.

Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo.  E Martin gli aprì il suo cuore.

- Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.

Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.

Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati.

Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi».

Martin rifletté: doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.


All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.

L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.

Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando  di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno.

Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.

- Che Dio ti benedica!- rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.

- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè.

Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai
aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore.

- Ieri sera- rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò".


Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo.

Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva.

Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati - le disse.

Mangiando, la donna gli disse chi era: - Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle

Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo. La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.

- Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta. Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mete da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna lo  sgridò aspramente.

Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo.


La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin.

Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: Te la pagherò io, nonnina.

Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato, disse la vecchia.

Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.

Sarà anche vero, disse la vecchia, ma stanno diventando terribilmente viziati.

Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.

Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto.

Poi, udendo dei passi, Martin si voltò.

Una voce gli sussurrò all'orecchio: Martin, non mi riconosci?

- Chi sei? - chiese Martin.

- Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola.

- Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.

- Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.

Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me. Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

 

 

E’ ora la volta della poesia del poeta giapponese  Hirokazu Ogura,

 

NATALE, UN GIORNO
 
Perché dappertutto ci sono cosi tanti recinti?
In fondo tutto il mondo e un grande recinto.
Perché la gente parla lingue diverse?
In fondo tutti diciamo le stesse cose.
Perché il colore della pelle non é indifferente?
In fondo siamo tutti diversi.
Perché gli adulti fanno la guerra?
Dio certamente non lo vuole.
Perché avvelenano la terra?
Abbiamo solo quella.
A Natale - un giorno - gli uomini andranno d’accordo in tutto il mondo.
Allora ci sarà un enorme albero di Natale con milioni di candele.
Ognuno ne terrà una in mano, e nessuno riuscirà a vedere l’enorme albero fino alla punta.
Allora tutti si diranno "Buon Natale!" a Natale, un giorno.

 

Una storia di Dino Buzzati  tratta da”Milano nostra” che induce a riflettere sul significato attuale del Natale... Un significato molto diverso da quello orginario...

Nel paradiso degli animali l'anima del somarello chiese all'anima del bue:
- Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia...?
- Lasciami pensare... Ma sì - rispose il bue. - Nella mangiatoia, se ben ricordo, c'era un bambino appena nato.
- Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati?
- Eh no, figurati. Con la memoria da bue che mi ritrovo.
- Millenovecentosettanta, esattamente.
- Accidenti!
- E a proposito, lo sai chi era quel bambino?
- Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un bellissimo bambino.
L'asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.
- Ma no! - fece costui - Sul serio? Vorrai scherzare spero.
- La verità. Lo giuro. Del resto io l'avevo capito subito...
- Io no - confessò il bue - Si vede che tu sei più intelligente. A me non aveva neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un fantolino straordinario.
- Bene, da allora gli uomini ogni hanno fanno grande festa per l'anniversario della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo della serenità, della dolcezza, del riposo dell'animo, della pace, delle gioie famigliari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un'idea. Già che siamo in argomento, perché non andiamo a dare un'occhiata?
- Dove?
- Giù sulla terra, no!
- Ci sei già stato?
- Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo puoi fare dare anche tu. Dopotutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due.
- Per via di aver scaldato il bimbo col fiato?
- Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la Vigilia.
- E
il lasciapassare per me?
- Ho un cugino all'ufficio passaporti.

Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi lievi, come mammiferi disincarnati. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume; vi puntarono sopra. Il lume era una grandissima città. Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per le vie del centro.

Trattandosi di spirito, automobili e tram gli passavano attraverso senza danno, e alla loro volta le due bestie passavano attraverso i muri come se fossero fatti d'aria. Così potevano vedere bene tutto quanto.
Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della gente che andava e veniva, entrava e usciva, tutti carichi di pacchi e pacchetti, con un'espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. Il somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento. Senti, amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi esserti sbagliato. Qui stanno facendo la guerra.

- Ma non vedi come sono tutti contenti?

- Contenti? A me sembrano dei pazzi.

- Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi.

Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di spirito, fece una svolazzatina e si fermò a curiosare a una finestra del decimo piano. E l'asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta ad un tavolo, una signora molto preoccupata.  Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto mezzo metro di carte e cartoncini colorati, alla sua destra una pila di cartoncini bianchi. Con l'evidente assillo di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro cartoncino e ricominciava la manovra. Quanto tempo ci vorrà a smaltirlo?   La sciagurata ansimava.

La pagheranno, bene, immagino, - fece il bue - per un lavoro simile.

- Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società. - E allora perché si sta massacrando così? - Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri. - Auguri? E a che cosa servono? - Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania. Si affacciarono, più in là, a un'altra finestra. Anche qui, gente che, trafelava, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore. Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all'altra portando spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi, altri scatole altri fiori altri mucchi di auguri. E tutto era precipitazione ansia fastidio confusione e una terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo.

Andare e venire, comprare e impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.
- Mi avevi detto - osservò il bue - che era la festa della serenità, della pace.- Già - rispose l'asinello. - Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi... Li ha morsi una misteriosa tarantola.

Ascoltali, ascoltali.Il bue tese le orecchie.Per le strade nei negozi negli uffici nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule buon Natale auguri auguri a lei grazie altrettanto auguri buon Natale. Un brusio che riempiva la città.

- Ma ci credono? - chiese il bue - Lo dicono sul serio? Vogliono davvero tanto bene al prossimo?

L'asinello tacque.

- E se ci ritirassimo un poco in disparte? - suggerì il bovino. - Ho ormai la testa che è un pallone. Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti?

- No, no. È semplicemente Natale.

- Ce n'è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c'era una pace, una soddisfazione. Come era diverso. - E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena. - E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano. - Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano. - E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle hanno una vita lunga. - Ho idea di no - disse l'asino - c'è poca aria di stelle, qui. Alzarono il muso a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c'era un soffitto di caligine e di smog.

 

Di Leonardo Sciascia : NATALE A REGALPETRA

Le feste di Natale sono finite. Non per tutti sono state gioiose e ricche. Non tutti sono andati in montagna a sciare.  A Regalpetra, che si trova in Sicilia, qualche anno fa le cose andavano come ce le descrive questo grande scrittore siciliano .E da allora, non vi sono stati molti mutamenti …

- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.

Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.

I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.  L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.  Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo. Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.

In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:"La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".

Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:

"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".

Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre pagandogli il biglietto del cinema…

Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.

"La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".  La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.  E così ho passato il Santo Natale".

 NATALE
di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata
Qui non si sente altro che il caldo buono
Sto con le quattro capriole di fumo del focolare

LA NOTTE SANTA
di Guido Gozzano

Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca lentamente le sei.

Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe
Il campanile scocca lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.
Il campanile scocca  lentamente le otto.

 O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.
Il campanile scocca lentamente le nove.

Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...
Il campanile scocca lentamente le dieci.

 Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.
Il campanile scocca le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...

Il campanile scocca la Mezzanotte Santa.
È nato! Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!

Alleluja!

 

 

Le ciaramelle di Giovanni Pascoli

 

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho
udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.


Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone
!

 

Passato il Natale arriva il nuovo anno, così raccontato dal poeta cileno Pablo  Neruda, che lo vede arrivare come un cavallino bardato a festa.

ODE AL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

 Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli:i giorni 
sbattono le palpebre 
chiari, tintinnanti, fuggiaschi, 
e si appoggiano nella notte oscura. 

 Vedo l'ultimo giorno  
di questo  anno 
in una ferrovia, verso le piogge 
del distante arcipelago violetto, 
e l'uomo  della macchina, 
complicata come un orologio del cielo, 
che china gli occhi 
all'infinito 
modello delle rotaie,  
alle brillanti manovelle, 
ai veloci vincoli del fuoco.

 Oh conduttore di treni 
sboccati  verso stazioni 
nere della notte. 
Questa fine dell'anno 
senza donna e senza figli, 
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani? 

Dalle vie 
e dai sentieri 
il primo giorno, la prima aurora 
di un anno che comincia,  
ha lo stesso ossidato 
colore di treno di ferro: 
e salutano gli esseri della strada,  
le vacche, i villaggi, 
nel vapore dell'alba,  
senza sapere che si tratta  
della porta dell'anno, 
di un giorno scosso da campane, 
fiorito con piume e garofani.

 La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

 Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

 Ti metteremo 
come una torta 
nella nostra vita, 
ti infiammeremo 
come un candelabro, 
ti berremo 
come un liquido topazio. 

Giorno dell'anno nuovo, 
giorno elettrico, fresco, 
tutte le foglie escono verdi 
dal tronco del tuo tempo. 
 
Incoronaci  con acqua, 
con gelsomini aperti, 
con tutti gli aromi spiegati, 
sì, 
benché tu sia solo un giorno, 
un povero giorno umano, 
la tua aureola palpita 
su tanti cuori stanchi  
e sei,  oh giorno nuovo, 
oh nuvola da venire, 
pane mai visto, 
torre permanente!  

E adesso la voce di un poeta greco, Konstantin Kavafis che identifica i giorni della vita con LE CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese
dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde , disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume. ,
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga, ,
come crescono presto le mie candele spente.

 

Quando si tratta d’amore, non esiste dono più piccolo o più grande.
Dai ricordi d’infanzia di Leo Buscaglia:

RAVIOLI IN REGALO

Quando ero bambino ho avuto una cotta per una bibliotecaria. Una volta la settimana  teneva un’ora di storia nel giardino della biblioteca del quartiere. Ci leggeva fantastici racconti, pieni di  avventure, di fantasia, di bellezza. A queste lezioni io non mancavo mai. Anzi, spesso arrivavo con ore d’anticipo per assicurarmi un sedile in prima fila e non perdere così nemmeno una parola.
Ricordo perfettamente il Natale in cui lesse la storia dell’altro Re Mago di Henry Van Dyke.  Non avevo più di otto o nove anni. Solitamente, nel corso di quell’ora leggeva parecchie storie, ma in quella circostanza ne lesse solo una.

Terminata la lettura, ci abbracciò augurandoci buon natale. Mi prese per mano e mi condusse fuori facendomi attraversare la biblioteca. Poi mi s’inginocchiò accanto. “Ho un regalo di Natale per te” mi disse sorridendo “Voglio darti il libro che ho appena letto”. E mi porse la sua copia della Storia dell’altro re mago.  “Ti è piaciuta la storia?” domandò.  Per la verità non l’avevo capita, ma naturalmente non ero disposto a confessarglielo; cosicché le risposi: “Si, era molto interessante”. In effetti, quel racconto mi aveva lasciato sconcertato. Non riuscivo a concepire che qualcuno potesse arrivare al punto di follia di rinunciare, per qualsivoglia ragione, a essere presente a Betlemme per la nascita d Gesù di Nazareth. E nemmeno ero in grado di comprendere come una persona potesse donare perle e rubini, destinati in regalo a Cristo per il suo compleanno, a perfidi soldati e a conniventi dediti al recupero dei crediti.

Ricordo che tornai a casa, stringendo in mano il libricino, deciso a leggerlo una seconda volta. Un fatto era certo: se piaceva alla mia meravigliosa amica, non poteva non piacere anche a me.
Come molti sanno, la storia racconta il viaggio favoloso dei tre re Magi. Narra di come giunsero da molto lontano, guidati da una cometa, per recare doni a un Re neonato che giaceva in una mangiatoia a Betlemme. Essa peraltro aggiunge che esisteva un quarto Re Mago, che io non avevo mai udito nominare. E anch’egli vide una stella verso oriente, anch’egli intraprese il suo lungo e faticoso viaggio per unirsi agli altri re e portare i suoi doni preziosi.

Stando al racconto,  i tre re Magi non stentano a raggiungere Betlemme; ma il quarto, Artaaban, incontra innumerevoli difficoltà. Innanzitutto s’imbatte nel deserto in un ebreo, esule e malato, prossimo alla morte. Vinto da compassione, si ferma e soccorre l’infermo. A causa di questo ritardo manca all’appuntamento con gli altri e Magi; di conseguenza non riesce a raggiungere la stalla in occasione di quel primo Natale.

Tuttavia prosegue nel suo viaggio. Di lì a poco si disfa di uno dei doni originariamente destinati al santo bambino per salvare la vita di u n’altra piccola creatura che, per decreto di Erode, è destinata a morire.  Di tanto in tanto fa sosta per curare gli ammalati, sfamare gli affamati, confortare i prigionieri e gli oppressi.

Alla fine della storia, Artaban è disperato, sfinito. Si rende conto che la sua ricerca è durata trentatré anni, e a conclusione della stessa si ritrova sul Golgota. Quivi scopre che il figliuolo di Dio, Colui del quale era andato in ceca tanti, tanti anni prima, era stato condannato alla crocifissione. Subito gli vien fatto di pensare all’ultimo bene di cui sia ancora in possesso, ossia una perla.  Ha la certezza ch’essa varrà a comprare la libertà di Cristo. Ma proprio mentre tenta di contrattare per la vita di Gesù s’imbatte in una donna minacciata di stupro e di morte. Deve pagare per i debiti del padre.

Ed egli, una volta di più, offre la perla, sua ultima fortuna, per riscattare la vita di questa sventurata.

Ora davvero non gli rimane più nulla. Tutto ciò che in origine egli aveva inteso elargire i segno di adorazione lo ha posto al servizio dell’umanità.

Ma come non bastassero tutte queste prove, Artaban  è colpito dl masso che si stacca da una rupe, nel momento in cui un terremoto scuote la terra in concomitanza con la crocifissione.  Ma mentre giace, sanguinante, in agonia, ode una voce sommessa di lontano: “In verità, ti dico: ciò che hai fatto per uno dei più umili tra i miei fratelli, tu lo hai fatto a Me”.  E nell’udire queste parole, Artaban, il quarto dei re Magi, muore nella consolante consapevolezza che il Signore aveva ricevuto i suoi doni.

Alla fine capii. Se in un primo tempo avevo pensato che quel re Mago si fosse dimostrato tutt’altro che saggio perdendo  l’occasione di presenziare al primo Natale, facendo dono di tutti i suoi beni, trascorrendo l’intera sua vita a soccorrere il prossimo, ora all’improvviso tutto mi appariva perfettamente chiaro.  Non c’era più dubbio: di tutti i Re Magi, Artaban era il più saggio e il più degno. Non ce la feci ad aspettare, e raccontai subito la storia al papà e alla mamma. Avevano recato con sé una vera tradizione, in fatto di racconti e episodi da narrare, e mi ascoltarono con attenzione.  Quando ebbi finito, per un lungo momento si scambiarono un’occhiata in silenzio.

 “E’ una bella storia, Felice” disse la mamma finalmente.

“Ed è anche vera. Quando dai ciò che possiedi per aiutare qualcuno, è come se ne facessi dono a Dio”. “Cosa regalerai a questa brava signora della biblioteca?” domandò mio padre. Perbacco, pensai, non ho proprio niente da darle. ”Ci penso io”, interloquì la mamma, “le farò un bel piatto di ravioli”. ”Dei ravioli” esclamai.  La mia carissima amica, che mi aveva fatto un dono così raffinato, si sarebbe fatta beffe dei ravioli della mamma. Avrei voluto regalarle rubini, incenso o per lo meno mirra (chissà cosa diamine era!). Ma come sempre le mie proteste non ebbero gran peso, e ben presto fui costretto a incamminarmi verso la biblioteca reggendo un piatto di ravioli fatti in casa e un barattolo colmo di salsa rossa e succulenta, l’uno e l’altro accuratamente avvolti in un foglio di solida carta marrone. Durante il percorso passai in rassegna i vari modi in cui avrei potuto disfarmi del regalo, nascondendolo dietro le bancarelle al mercato degli alimentari o gettandolo semplicemente in un cestello da rifiuti.  Ma la coscienza prevalse e mi spinse fino alla biblioteca. Qui trovai la mia innamorata che sedeva dietro la scrivania. Quando entrai mi rivolse un  caloroso saluto.
“Le ho portato un regalo” farfugliali, allungando le braccia e posando i due involti. “E’ una cosa un po’ stupida: roba da mangiare…dopo”  Lei afferrò di slancio uno dei pacchi, spiò dentro la carta e afferrò il piatto. I suoi occhi brillarono.”Ravioli” disse. “Mi piacciono i ravioli. Ti ringrazio. Non è affatto un dono stupido, anzi è un tesoro, più prezioso dei gioielli”. Più prezioso dei gioielli?  Pensavo.   Sì…E’ naturale…E finalmente compresi fino in fondo la storia dell’altro Re Mago.  I ravioli della mamma assunsero un significato tutto particolare.