
Fiorentina di razza
“Esser
donna è così affascinante.
È
un'avventura che richiede un tale coraggio,
una sfida che non finisce mai”
VOCI
Elisabetta Coltri – Simone Malfer
– Raffaella Mirandola
Claire Sargint - Maria Antonietta Vianini
ACCOMPAGNAMENTO MUSICALE
A cura di Lucio Bonometti
ALLESTIMENTO TESTI
A cura di Claire Sargint
Oriana Fallaci ha venduto venti
milioni di copie dei suoi dodici libri, tradotti in decine di lingue. Consegnandole la laurea ad
honorem in letteratura, il rettore del Columbia College di Chicago la definì
uno degli autori più letti ed amati del mondo. Il 14 dicembre 2005 il
Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi
ha insignito Oriana Fallaci con una medaglia d'oro
quale "benemerita della cultura". Quando le chiedevano quali
circostanze fossero state importanti per la sua carriera, rispondeva:
Prima di tutto il fatto di appartenere ad una famiglia
liberale e impegnata politicamente.
E poi, il fatto di aver vissuto, durante l’infanzia, i giorni
eroici della Resistenza in Italia. E ancora, il fatto di
essere fiorentina. Comunque, a volte mi chiedo
se il fattore più motivante non sia stato il fatto di essere nata donna e
povera. Quando sei una donna, devi combattere di più.
Di conseguenza, devi vedere di più, pensare di più ed essere più creativa. Lo stesso quando nasci povero. La sopravvivenza è una grande motivazione.
Durante la seconda guerra mondiale Oriana Fallaci si unì al
movimento clandestino della Resistenza, Giustizia e Libertà, vivendo in prima
persona i drammi della guerra. Nel corso dell'occupazione di Firenze da parte
dei nazisti, il padre Edoardo fu fatto prigioniero e torturato. Per il suo attivismo
durante la guerra , a 14 anni Oriana ha ricevuto un
riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano:
Per quel tricolore la mia intera famiglia fece
Dopo la maturità
conseguita nel 1948, si iscrive alla facoltà di
medicina e inizia a fare la giornalista, per poi divenire scrittrice. Nel 1954 si tuffa nel
mondo dorato di Cinecittà e poi di Hollywood, dove mette a nudo il volto straviziato e decadente della
luccicante Mecca del cinema. Di alcuni divenne amica ,
da altri ricevette cocenti delusioni. Divenne ben presto corrispondente di
guerra, seguendo per l’Europeo le guerre in Vietnam, Cambogia, Libano, nel Golfo. Dall’esperienza
del
Cosi l’ho
scritto, e te lo do. E’ un anno della mia vita, è passato un anno da quando lo incominciai. Il vento dell’inverno gela di
nuovo i boschi della mia Toscana.
”Cos'è la vita?”
”È una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe.”
«E quando è rotta?»
«Non serve a niente. Niente e così sia.»
Poi, alla
avventurosa fase delle corrispondenze di guerra fece seguito la lunga
serie di interviste agli uomini e alle donne più potenti della terra, del calibro
del direttore della Cia William Colby,
del primo ministro pakistano Ali Bhutto, dell’iraniano
Ayatollah Khomeini, concentrandosi sul loro ruolo di
figure dominanti nel sistema politico internazionale. Nella prefazione del
libro del 1974, Intervista con
Non mi sento di essere
e non mi sentirò mai come un freddo registratore di ciò che vedo e sento. Su
ogni esperienza personale lascio brandelli d’anima e partecipo a ciò che vedo o
sento come se riguardasse me personalmente e dovessi prendere una posizione (infatti ne prendo sempre una basata su una precisa scelta
morale).
A mio parere, in un'intervista, non sono le
domande che contano ma le risposte. Se una persona ha
talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in
modo brillante e profondo. Se una persona è mediocre,
puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo
mediocre.
Lettera ad un bambino mai nato è un piccolo libro
di non più di cento pagine, scritto nel
Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita
scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza:
sì, c'eri. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è
fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con
tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un
pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui
chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri.
E in essa mi perdo.
Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non
mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del
dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al
nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti,
anche se ti ho molto aspettato. Molte donne si
chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia
ammazzato alla guerra o da una malattia?
E negano la speranza che la sua fame sia
saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le
malattie e la guerra.
Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle
pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non
nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere.
Un Uomo, romanzo del 1979, é imperniato sul grande amore della sua
vita, Alekos Panagulis, l'eroe
della resistenza greca contro il regime dei colonnelli, la persona che insieme alla madre, ha amato di più al mondo.
Le due creature che amavo di
più. Le amavo tanto che dividere il mio amore per loro era una fatica
quasi drammatica; voglio dire, il tempo che passavo con l’uno mi sembrava
rubato a quello che avrei dovuto passare con l’altra e… Una delle scale, tra
piano terreno e primo piano, nella mia casa di
campagna, è quella che unisce l’appartamento dove viveva la mamma e
l’appartamento dove vivevamo io e Alekos. Ebbene, quando ero lì con entrambi, era tutto un correre su
e giù per quelle scale… Su e giù, su e giù. Poi, di colpo, nel giro di pochi
mesi, l’immobilità. Se ne erano andati tutti e due.
Alekos Panagulis nato nel 1939 ad Atene, studiava ingegneria al politecnico quando il colpo di stato di Papadopulos cambiò per sempre la sua vita. Il 13 Agosto 1967 organizza ed esegue un attentato contro il
dittatore, che però fallisce. Viene arrestato
immediatamente dopo, condotto all’ Esa, il palazzo
della polizia speciale, il palazzo delle torture, e qui seviziato, torturato di
ogni tortura possibile per tre lunghi mesi. Condannato a morte in un processo
farsa durante il quale, in una memorabile apologia, da
accusato diventa accusatore della dittatura, rivendica l’attentato contro Papadopulos.
Si rammarica di aver
fallito, sollecitando lui stesso la pena che gli verrà
inflitta e poi commutata in carcere: la fucilazione. La sentenza non viene eseguita forse per paura che la sua morte lo trasformi
in un eroe, simbolo della lotta contro il Potere, della lotta contro il
tiranno. Ma simbolo diviene comunque, anche da vivo.
Trascorre cinque anni e mezzo rinchiuso, murato vivo in una tomba (come lui chiamava
la sua cella di un metro e mezzo per tre). Poi, grazie alle fortissime
pressioni internazionali, nel 1974 Papadopulos, il
tiranno, gli concede la grazia e Panagulis può uscire dalla sua cella:
Ma la cosa
peggiore era il cielo. Dentro il sepolcro avevi dimenticato anche cosa fosse il cielo. Era un vuoto sopra un vuoto, una vertigine
sopra la vertigine, così azzurro, no, così giallo, no, così bianco. Così cattivo.Bruciava le pupille più di un acido, più di un fuoco più di un fuoco.
Chiudesti gli occhi per non
accecare, allungasti le braccia per non cadere,
E subito il pensiero della tua
cella ti afferrò insieme a una nostalgia
irresistibile, un desiderio irrefrenabile di tornarci, rifugiarti nel suo buio,
nel suo
ventre angusto e sicuro. La mia cella, ridatemi la mia
cella.
L'ufficiale che portava la borsa
con i vocabolari e con le lime capì, ti raggiunse, ti
toccò una spalla: Coraggio.
Riapristi
gli occhi, sbattendo le palpebre, facesti un passo, poi un altro, e
poi un altro ancora. Ti fermasti di nuovo. Non era una questione di coraggio,
era questione di equilibrio. Camminare
in tutto quello spazio, quella luce, e da solo, non era come camminare lungo i
viottoli della prigione, stretto da due guardie che ti sorreggono per i gomiti:
era come brancolare sull'orlo di un precipizio. Perfino andare diritto
era difficilissimo perchè in mancanza di pareti, ostacoli, non capivi dove
fosse il diritto e l'obliquo, il davanti e l'indietro, capivi
soltanto che c'era il sopra e il sotto, il
cielo e la terra, il sole abbagliante. Però a poco a poco, mentre la nausea
cresceva, e l'incertezza, e la paura, mentre tutto si allargava e ruotava e si
rovesciava per farti ripetere la-mia-cella, ridatemi-la-mia-cella, ritrovasti te
stesso. E scorgesti qualcosa. Cosa?
V'erano ombre laggiù, macchie in movimento. Venivano verso di
te fluttuando, agitando strane appendici che a momenti sembravano ali e a
momenti sembravano braccia. Uccelli o persone? Persone, perchè rumoreggiavano
indefinibili suoni che dovevano essere voci: Aleekoos!
Aleekoos!Aleexoos! Alexoos!
Che
sforzo atroce dirigersi da quella parte. Aleekoos!
Aleekoos!Aleexos! Alexoos!
D'un tratto
dalle macchie si staccò una macchia: una figura nera, tozza. E
divenne una donna col vestito nero e le calze nere e le scarpe nere e il
cappellino nero e gli occhiali neri. E ti corse
incontro, con le mani tese, le dita tese. Tua madre. Le cadesti addosso. E
allora tutti ti furono addosso, amici, e parenti, e giornalisti, per toccarti,
abbracciarti,chiamarti affinchè
tu non rimpiangessi più la tua cella, e infatti, di colpo, non la rimpiangevi
più, ti sentivi inspiegabilmente felice; pur avendo un gran bisogno di piangere.
Non avresti voluto piangere, avresti voluto dire qualcosa di importante,
di storico. Ma più ti chiedevi cosa poteva essere
questo qualcosa, più il bisogno di piangere cresceva, gonfiava, diventava un
formicolio alla gola, una cortina d'acqua sugli occhi.
Perchè lo smarrimento che avevi
provato vedendo quel baratro ora si traduceva in
un'intuizione precisa, anzi nella consapevolezza che la libertà sarebbe stata
per te un'altra sofferenza, un altro dolore. E questo era l'uomo che l'indomani
avrei finalmente incontrato, per cozzare contro di lui
come un treno che percorre all'inverso lo stesso binario.
Alekos Panagulis secondo il quale
essere un uomo significava amare, lottare e vincere, morì nel
Nel 1990 Oriana Fallaci andò a
vivere a New York, iniziando il lungo lavoro dedicato alla storia della sua
famiglia.
Inizio
a lavorare presto la mattina (otto, otto e mezza) e vado avanti fino alle sei o
sette di sera senza interruzione, senza mangiare e senza riposare. Fumo più del
solito, il che significa circa cinquanta sigarette al
giorno. Dormo male la notte. Non vedo nessuno. Non rispondo al telefono. Non
vado da nessuna parte. Ignoro le domeniche, le feste, il Natale, il Capodanno.
Era là anche l’11 settembre del
2001
….. Ero a casa, la mia
casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto
ho avuto la sensazione d'un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che
certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in
combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il
razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta
accanto:
«Down! Get down! Giù! Buttati giù».
L'ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero
mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin
dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre,
anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora
ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso
Oppure un atto di terrorismo
mirato?
Quasi paralizzata son
rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande,
sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un
aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la
seconda torre come un bombardiere che punta sull'obiettivo, si getta sull'obiettivo. Sicché ho
capito.
Ho capito anche perché nello stesso momento
l'audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla
selvagge. Ripetute, selvagge.
«God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!»
E
l'aereo s'è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro.
Erano
le 9 e un quarto. E non chiedermi che cosa ho provato durante
quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo.
Ero
un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era
ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o
sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva
si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio.
Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano
giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell'aria. Sì,
sembravano nuotare nell'aria. E non arrivavano mai.
Verso
i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help.
E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso
e paf!
Oriana continua questa sua
straordinaria lettera, indirizzato a Ferruccio De Bortoli,
direttore del Corriere della Sera, interrompendo un silenzio che durava
da dieci anni. Lo fa con pensieri forti, dirompenti, su cui ragionare e
riflettere: sull'
America, sull'Italia, sul mondo islamico, sulla Patria. Usando
i suoi soliti artigli, lancia invettive e tesi che sgorgano dal cervello e dal
cuore, o meglio dal cervello attraverso il cuore.
Quando ci siamo incontrati t'ho
visto quasi stupefatto dall'eroica efficienza e dall'ammirevole unità con cui
gli americani hanno affrontato quest'Apocalisse. Eh,
sì. Nonostante i difetti che le vengono continuamente
rinfacciati, che io stessa le rinfaccio, (ma quelli dell' Europa e in
particolare dell'Italia sono ancora più gravi), l'America è un paese che ha
grosse cose da insegnarci. Quanto all' ammirevole
capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani
rispondono alle disgrazie e al nemico, bè: devo
ammettere che lì per lì ha stupito anche me.
Sapevo, sì, che era esplosa al tempo di Pearl Harbor, cioè
quando il popolo s'era stretto intorno a Roosevelt
e Roosevelt era entrato in guerra contro
Il fatto è che l'America è un paese speciale, caro
mio. Un paese da invidiare, di cui esser gelosi, per cose che
non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato
da un bisogno dell'anima, il bisogno d'avere una patria, e dall'
idea più sublime che l' Uomo abbia mai concepito: l' idea della Libertà,
anzi della libertà sposata all' idea di uguaglianza. Lo è anche perché a quel
tempo l' idea di libertà non era di moda. L' idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi
detti Illuministi, di queste cose.
Non li trovavi che in un
costosissimo librone a puntate detto l' Encyclopedie,
questi concetti. E a parte gli scrittori o gli altri intellettuali, a parte i
principi e i signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che
avevano ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell' Illuminismo?
Non era mica roba da mangiare, l' Illuminismo! Non ne parlavan neppure i
rivoluzionari della Rivoluzione Francese, visto che
Vogliamo farlo questo
discorso su ciò che tu chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture?
Bè, se vuoi proprio saperlo, a me dà fastidio perfino
parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà
parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c' è Omero, c' è Socrate, c'
è Platone, c' è Aristotele, c' è Fidia, perdio. C' è l' antica Grecia col suo Partenone
e la sua scoperta della Democrazia. C' è l' antica
Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue
sculture, la sua letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi
ponti, le sue strade.
C' è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce,
che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell' amore e della giustizia. C' è anche una Chiesa che mi
ha dato l' Inquisizione, d' accordo. Che mi ha
torturato e bruciato mille volte sul rogo, d' accordo.
Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha
costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi
ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha
umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche
un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E
poi dietro la nostra civiltà c' è il Rinascimento.
C' è Leonardo da Vinci, c' è
Michelangelo, c' è Raffaello, c' è la musica di Bach
e di Mozart e di Beethoven.
Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella
loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una
canzonetta o mugoli il coro del Nabucco. E infine c' è
Il treno, l' automobile, l'
aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo
chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di
questo pianeta con l' elettricità, la radio, il
telefono, la televisione. Dacché i figli di Allah
hanno semidistrutto New York, gli esperti dell' Islam non fanno che cantarmi le
lodi di Maometto: spiegarmi che il Corano predica la pace e la fratellanza e la
giustizia. Ma allora come la mettiamo con la storia dell' Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente?
Come la mettiamo con la faccenda del chador anzi del velo che copre il volto delle musulmane,
sicché per dare una sbirciata al prossimo quelle infelici devon
guardare attraverso una fitta rete posta all' altezza
degli occhi? Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli, che non debbano andare a
scuola, non debbano andare dal dottore, non debbano farsi fotografare eccetera?
Come la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte per chi li beve?
Anche questo sta nel Corano. E non
mi sembra mica tanto giusto, tanto fraterno, tanto pacifico. Ecco dunque la mia
risposta alla tua domanda sul Contrasto-delle-Due-Culture.
Al mondo c' è posto per tutti, dico io. A casa propria
tutti fanno quel che gli pare. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel
concetto di libertà, io, e la mia mamma diceva: «Il
mondo è bello perché è vario». Ma se pretendono d' imporre
le stesse cose a me, a casa mia... Lo pretendono.
L' Italia è un paese molto vecchio. La sua storia dura
da almeno tremila anni. La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle chiacchiere: non prescinde da una
religione che si chiama religione cristiana e da una chiesa che si chiama
Chiesa Cattolica. La gente come me ha un bel dire: io-con-la-chiesa-cattolica-non-c' entro. C' entro, ahimé c' entro. Che mi
piaccia o no, c' entro. E come farei a non entrarci?
Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima
musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica
della campane. Le campane di Santa Maria del Fiore
che all' Epoca della Tenda la vociaccia
sguaiata del muezzin soffocava.
È in quella musica, in quel paesaggio, che sono cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio
che ho imparato cos' è l' architettura, cos' è la
scultura, cos' è la pittura, cos' è l' arte. È attraverso quella chiesa (poi
rifiutata) che ho incominciato a chiedermi cos' è il Bene, cos'
è il Male, e perdio... Ecco: vedi? Ho scritto un' altra volta «perdio». Con
tutto il mio laicismo, tutto il mio ateismo, son così
intrisa di cultura cattolica che essa fa addirittura parte del mio modo d' esprimermi. Oddio, mioddio,
graziaddio, perdio, Gesù mio, Dio mio, Madonna mia, Cristo qui, Cristo là.
Mi vengon così spontanee,
queste parole, che non m' accorgo nemmeno di
pronunciarle o di scriverle.
E vuoi che te la dica tutta? Sebbene al cattolicesimo
non abbia mai perdonato le infamie che m' ha imposto per secoli incominciando dall' Inquisizione che m' ha pure bruciato la nonna, povera
nonna, sebbene coi preti io non ci vada proprio d' accordo e delle loro
preghiere non sappia proprio che farne, la musica delle campane mi piace tanto.
Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei Cristi e quelle
Madonne e quei Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la
mania delle icone. Mi piacciono pure i monasteri e i conventi. Mi danno un
senso di pace, a volte invidio chi ci sta.
Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi
credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l' ho mai chiesta.
Anni fa un ambasciatore americano me la offrì sul Celebrity Status, e dopo averlo ringraziato gli risposi: «Sir, io all' America sono assai
legata. Ci litigo sempre, la rimprovero sempre, eppure le sono profondamente
legata. L' America è per me un amante anzi un marito al quale resterò sempre
fedele. Ammesso che
non mi faccia le corna. Voglio
bene a questo marito. E non dimentico mai che se non
si fosse scomodato a fare la guerra a Hitler e Mussolini, oggi parlerei tedesco.
Non dimentico mai che se non avesse tenuto testa all' Unione Sovietica, oggi parlerei russo. Gli voglio bene
e m' è simpatico. Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il passaporto col Certificato di Residenza,
il doganiere mi dica con un gran sorriso: Welcome home. Benvenuta a casa. Mi
sembra un gesto così generoso, così affettuoso. Inoltre mi ricorda che l' America è sempre stata il Refugium
Peccatorum della gente senza patria. Ma io la patria ce l' ho già, Sir. La mia Patria è
l' Italia, e l' Italia è la mia mamma. Sir, io amo l' Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la
cittadinanza americana».
Naturalmente la mia patria, la mia Italia, non è l' Italia d' oggi. L' Italia godereccia, furbetta, volgare
degli italiani che pensano solo ad andare in pensione prima dei cinquant' anni
e che si appassionano solo per le vacanze all' estero o le partite di calcio.
No, no: la mia Italia è un' Italia ideale. È l' Italia che sognavo da ragazzina, quando fui congedata
dall' Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, ed ero piena di
illusioni. Un' Italia seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa, quindi
meritevole di rispetto. E quest' Italia, un' Italia che c' è anche se viene zittita o irrisa
o insultata, guai a chi me la tocca.
Guai a chi me la ruba, guai a chi me
la invade. Perché, che a invaderla siano i francesi di Napoleone o gli austriaci di
Francesco Giuseppe o i tedeschi di Hitler o i compari
di Usama Bin Laden, per me è lo stesso. Che per
invaderla usino i cannoni o i gommoni, idem. Col che ti saluto
affettuosamente, caro il mio Ferruccio, e t' avverto: non chiedermi più nulla. Meno che mai, di partecipare a risse o a polemiche vane.
Quello che avevo da dire l' ho detto. La rabbia e l' orgoglio me l' hanno ordinato. La coscienza pulita e l' età me l' hanno consentito. Ma
ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta.
Come risposta alla minacce ricevute, due anni dopo scrive
Io sono un'atea cristiana. Non credo in ciò che
indichiamo col termine Dio. Dal giorno in cui mi accorsi
di non crederci, (cosa che avvenne assai presto cioè quando da ragazzina
cominciai a logorarmi sull'atroce dilemma ma-Dio-c'è-o-non-c'è),
penso che Dio sia stato creato dagli uomini e non viceversa. Penso che gli
uomini lo abbiano inventato per solitudine, impotenza, disperazione. Cioè per dare una risposta al mistero dell'esistenza, per
attenuare le irresolubili domande che la vita ci butta in faccia...
Chi siamo, da dove
veniamo, dove andiamo. Che cosa c'era prima di noi e di
questi mondi, miliardi di mondi, che con tanta precisione girano nell'universo.
Che cosa ci sarà dopo... Penso che l'abbiano inventato anche per debolezza, cioè per paura di vivere e di morire. Vivere è molto
difficile, morire è sempre un dispiacere, e il concetto d'un
Dio che aiuta ad affrontare le due imprese può dare un sollíevo
infinito: lo capisco bene. Infatti invidio chi crede.
A volte ne sono addirittura gelosa. Mai, però, fino a maturare il sospetto quindi la speranza che quel
Dio esista. Che con tutti quei miliardi di mondi abbia
il tempo e il modo per rintracciare me, occuparsí di me.
Ergo, me la cavo da sola. Quasi ciò non bastasse,
sopporto male le chiese, le loro liturgie, la loro presunta autorità
spirituale, il loro potere. E coi preti vado
poco d'accordo. Perfino quando si tratta di persone intelligenti o innocenti non riesco a dimenticare che stanno al servizio di quel
potere, e v'è sempre il momento in cui il mio innato anticlericalismo ríaffiora.
Un momento in cui sorrido al fantasma del mio
nonno materno che era un anarchico ottocentesco e cantava: «Con le budella dei
preti impiccheremo i re». Tuttavia, ripeto, sono
cristiana. Lo sono
anche se rifiuto vari precetti del cristianesimo. Ad esempio la faccenda
del porgere l'altra guancia, del perdonare. (Errore
che incoraggia la cattiveria e che non commetto mai). E
lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi
convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio
ateismo e il mio laicismo.
Dopo aver espresso a lungo opinioni anticlericali, negli ultimi anni Oriana
Fallaci si avvicinò alla chiesa. Dichiarò pubblicamente la sua ammirazione
verso Benedetto XVI, che l'ha ricevuta a Castel Gandolfo in udienza
privata, nell’agosto del 2005. Larga parte del patrimonio librario della
scrittrice è stato donato, insieme ad altri cimeli come
lo zaino usato in Vietnam, all’Università Lateranense
di Roma.
Dopo l’11 settembre si è dedicata con libri e
articoli, a
difendere con la passione che l’ha sempre contraddistinta , la cultura
occidentale in netta contrapposizione al fondamentalismo
islamico. E ciò non senza suscitare grosse polemiche ma anche grandi segni di ammirazione.
A Firenze era nata, il
29 giugno 1929, e a Firenze ha voluto morire, 77 anni
dopo, nel 2006. Avrebbe
potuto restare negli Stati Uniti, dove da anni risiedeva. Ma, per il suo ultimo respiro ha scelto di tornare a casa.
Per le sue ultime ore ha voluto un ospedale che si affaccia sull'Arno.
All’amico politico e scrittore Riccardo Nencini prima di morire
disse:
Riccardo, l'Occidente è malato, ha perso la
voglia di lottare, oppone valori vacui di fronte all'integralismo
islamico. L'Europa è rammollita... Perché
loro hanno qualche cosa che noi non abbiamo ed è la passione. Hanno la fede e
la passione. Nel male, in negativo, ma l'hanno. Noi non l'abbiamo più,
l'abbiamo persa, la nostra forma di società ha inaridito
l'animo, ha inaridito il cuore della gente.
Perfino
nei rapporti amorosi c'è meno passione. In quanto alla fede, nel nostro mondo è
una parola quasi sconosciuta. Loro sono più stupidi di noi ma
sono profondamente appassionati, dunque più vitali. Questa mancanza di passione
si riflette nella nostra vita quotidiana perché, al posto della passione,
abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio. Tutto quello che siamo è frutto di raziocinio, non di passione.
……………..
“Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è cominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta”
E uscirà infatti dopo la sua
morte, Un cappello pieno di ciliege,
il libro a cui la scrittrice ha lavorato per oltre dieci anni, un lavoro molto
difficile e complicato da realizzare, venuto fuori da ricerche minuziose tra
archivi polverosi, una cassapanca con cimeli di famiglia e ricordi lontani nel
tempo un po’ sbiaditi, ma anche da un fantasticare romanzando, le varie
vicissitudini di chi ha preceduto i suoi passi in questa vita terrena.
Ora che il futuro s'era
fatto corto e mi sfuggiva di mano con l'inesorabilità della sabbia che cola
dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia
esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata,
perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone
che da un lontano giorno d'estate costituiva il mio
Io.
Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato
se l’eran già posta miliardi di esseri
umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che
per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai
capito e mai accettato.
Così comincia questa
straordinaria epopea della famiglia di Oriana Fallaci,
una saga che copre gli anni dal 1773 al 1889, con incursioni nel passato e in
un futuro che precipita verso il bombardamento di Firenze del 1944. È una
storia dell'Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, attraverso
le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare
viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson, Francesco marinaio, negriero e padre disperato,
o come una bisnonna paterna, Anastasìa, figlia
illegittima, ragazza madre, pioniera nel Far West, e della quale Oriana portava
il nome. E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma
tutti quei genitori, diventarono suoi figli.
Tra di essi,
c’eran donne indomite come
“Siete
Caterina Zani, vero? “ Continuò per prendere tempo.
“E chi ha da essere? Non li vedete i tubi
di decenza, non lo vedete il cappello pieno di ciliegie?” rispose lei,
provocatoria.
Intanto
però lo studiava, ispezionava i suoi occhi seri e celesti, il suo volto pensoso e scavato dalle fatiche, le sue spalle
robuste, le sue mani sciupate, e dal sorrisino che accompagnava l’indagine potevi
dedurre che le piaceva tutto.
“Io
sarei il Fallaci di San Eufrosino di Sopra, il
contadino che ha chiesto la vostra mano” proseguì un po’ incoraggiato.
“Piacer
mio” rispose lei, stavolta quasi gentile. E coperta
con un panno la merce, cacciò i curiosi che seguivan
l’approccio.
“Via
brutti ficcanaso, via! Toglietevi dai piedi ché da
questo momento la vendita dei calenzò è sospesa e le
mie faccende non le dovete ascoltare”.
Poi
si tolse il cappello, staccò una delle ciliegie, e la offrì al pretendente. “Ne
volete? Le ho colte stamani. Son
fresche”.
“No
grazie…” si schernì Carlo con lo stomaco chiuso dall’abbagliante spettacolo
della lunga treccia color rame, non ancora elencata nella lista delle beltà.
“E
visto che avete sospeso la vendita, visto che son qui
per conoscervi e farmi conoscere, vorrei spiegarvi…” Ma
offesa dal rifiuto della ciliegia, lei lo interruppe porgendogli un volumetto già aperto a una pagina segnata da una foglia
d’olivo.
“Vi
spiegherete più tardi. Adesso leggete”
“Perché, cos’è?”
“Il perché
ve lo dico dopo, il cos’è ve lo dico subito. Un
breviario di catechismo, maledizione. Il pievano non aveva altro da prestarmi.
Avanti leggete ciò che c’è scritto!”
“Alla
pagina aperta?”
“Alla pagina aperta. E non barate che io
la conosco”.
Carico
di stupore e senza rendersi conto di venir sottoposto a
un esame assai più impegnativo d quello
sostenuto prima, Carlo ubbidì. “C’è scritto: i peccati capitali sono sette. La
superbia, l’avarizia, l’invidia, la lussuria, l’ira, la gola, l’accidia ovvero
la pigrizia.”
Ma
con un secco basta-così lei lo interruppe di nuovo. E ripreso il breviario aprì un astuccio che conteneva una
penna d’oca e una boccettina d’inchiostro. Inzuppò la penna, gliela dette
insieme a un pezzo di carta.
“Scrivete.
Mostratemi come fate la vostra firma.”
Finalmente
realizzando quel che gli succedeva, Carlo vergò una
bellissima firma adorna di svolazzi. Poi la porse a Caterina che per almeno due
minuti continuò ad osservarla senza aprir bocca.
“Non
va bene?” chiese infatti Carlo, preoccupato dal
silenzio.
“Va
bene, va bene” ripetè lei,
solenne. “Il sensale m’aveva detto la verità. Ma non tiriamola tanto lunga. Io vi sposo se mi insegnate a leggere e scrivere.”
………..
Fu una scoperta terribile, la scoperta
d’essere incinta. Perché la vigilia delle nozze era andata dalla mammana cioè la levatrice di Montalcinello
e s’era informata su quel che si fa o non si fa per controllar la faccenda. Se
fa così e così, aveva risposto la mammana, suggerendo anche una purga a base di ortica. E lei aveva puntualmente
fatto così e così, inghiottendosi pure la purga. Puntualmente. Fuorché la prima notte. Realizzare
che il disastro era successo proprio la prima notte, per le dimenticanze
causate dallo scambio di vi-voglio bene, la riempì dunque di rabbia.
Trovarsi incinta proprio ora che aveva lo
scrittoio ed era pronta per imparare a leggere e scrivere! Non l’avrebbe mai
usata quella penna d’oca. Non le avrebbe mai
conosciute le storie di quegli undici libri. Non sarebbe mai diventata una persona
colta, una persona che legge e che scrive. Sarebbe
sempre rimasta una piercola che adopra le mani e gli
occhi per pulire il sudicio degli altri e basta, dar di zappa o di vanga e
basta. Al massimo, ricamar lenzuoli e mutande. Un figlio appena nato è un
mestiere che non lascia respiro, aveva detto la mammana.
Ogni poco bisogna allattarlo, lavarlo,
addormentarlo, allattarlo di nuovo, lavarlo di nuovo,
addormentarlo di nuovo, e ringrazia Domineddio se la notte dormi qualche ora.
Dopo, idem. Perché dopo bisogna insegnarli a stare in piedi,
a camminare, a parlare, a difendersi. Accidenti a quel bigotto in amore!
Accidenti alla sua dolcezza, i suoi vi-voglio-tanto-bene, i suoi se-vi-perdo-mi-impicco! E per
settimane si sentì così imbrogliata, beffata, sconfitta, che non disse nulla al
marito. Si limitò a maltrattarlo, respingerlo, odiarlo, e guai se lui chiedeva
tutto mortificato che avesse.
Ringhiava: “Ho quel che mi pare! Pensate alle
vostre faccendacce!” Ma all’inizio di
settembre cioè allo scadere del secondo mese, la sua
praticità prevalse. Inutile piangere sul latte versato, concluse. Quel bambino
doveva nascere e dal disastro si poteva ricavare un vantaggio. Quanto impiega
la gente normale ad istruirsi: un anno, due? Bè, lei ci sarebbe
riuscita in molto meno: sette mesi. Il tempo che aveva
dinanzi a sé prima di partorire. A patto che
incominciasse subito, ovvio. Stasera stessa. E quando
Carlo tornò dai campi, provvide.
“Stasera si inaugura lo
scrittoio” gli disse.
“Stasera? Perché
proprio stasera? Rispose Carlo, sorpreso.
“Perché mi avete messo
incinta, ecco perché! Perché se non imparo a leggere e
a scrivere prima che vostro figlio nasca, non imparo più! Capito?”
La catalana Maria Ignavia Josepha, (Montserrat) nel 1976 era incinta del suo quinto figlio,
Michele, che sarebbe stato trisnonno della Fallaci. Si
trovava a camminare in una strada di Livorno,
inconsapevole che stavano
arrivando le truppe francesi…
Si fermò smarrita. Si schiacciò
contro il muro, si portò le mani sul ventre come a proteggerlo. E ora? Che fare, ora? Tornare
indietro per le strade già percorse, cioè per il
tragitto lungo ma privo di francesi oppure proseguire per via Grande, sboccare
nella piazza d’Arme ormai vicinissima, lì prendere via del Porticciolo che
distava pochi passi dagli Scali del Monte Pio, cioè scegliere il tragitto breve
ma infestato dai francesi?
Meglio il secondo, decise. Tanto era incinta,
chi molesta una donna incinta? E senza pensare che lo scialle di trina le
nascondeva il pancione, che la soldataglia non va per il sottile, non bada se
sei incinta o no, proseguì per via Grande. Sboccò
nella piazza d’Arme, puntò verso via del porticciolo, e stava per entrarci quando un gruppo di soldati che bivaccavano la
circondò. Regarde ce que nous avons
ce soir! - Où vas-tu, jolie femme?
- Viens ici, lasse-toi baiser!
Poi incominciarono a toccarla, brancicarla,
sballottarla. La chiusero dentro un cerchio di sghignazzate, la buttarono in
terra, e cosa le fecero non lo so. La voce
appassionata e pietosa si limitava a dire che d’un
tratto era esploso un colpo di pistola, che a colpi di pistola un tenente
l’aveva salvata dal peggio. Comunque in questo caso la
voce appassionata e pietosa non serve. Il volo della fantasia nemmeno. Perché anche un tentato stupro è uno stupro.
Se la violenza non ti oltraggia il corpo ti oltraggia la mente, te la sporca, te la ferisce con
un incubo che non puoi dimenticare. E perché al posto di Montserrat vedo una giovane donna che non le assomiglia,
che da lei e suo marito ha ereditato solo i geni del mal dolent
e che centosettanta quattro anni dopo subisce lo stesso abominio a Saigon.
E’ notte, centossettantaquattro anni dopo a Saigon. Il coprifuoco è già incominciato e le strade
sono deserte come a Livorno il 27 giugno del 1796. Nessuno,
fuorché i militari, può transitarvi.
Ma la giovane donna si
trova lì come corrispondente di guerra: col suo zaino in spalla è appena
tornata dal fronte, una camionetta l’ha appena lasciata in reu
Pasteur, e qui cammina per rientrare in albergo. Cammina
pensosa, distrutta dalla stanchezza e dagli orrori che ha
vissuto durante la battaglia. Nel suo cuore c’é una gran
misericordia per gli essere umani e in particolare per quelli che indossano
l’uniforme. “Poveri ragazzi.
Domani toccherà a loro ammazzare e farsi ammazzare.” Si
dice passando davanti ad un bivacco di soldati vietnamiti. E li saluta con un
lieve cenno del capo.
Allora i poveri-ragazzi lasciano il
bivacco. A due a due saltano su
motorette che al buio non avevi notato. Con queste
prendono a girarle intorno, chiuderla in un recinto mobile che le toglie ogni
possibilità di scampo. Intanto sghignazzano regardece-que-nous-avons-ce-soir, où-vas-tu,
jolie-femme, viens-ici-laisse-toi-baiser.
Poi il recinto mobile diventa un recinto immobile.
Scendono dalle motorette e incominciano a toccarla, brancicarla, sballottarla. Mani e braccia che sembrano tentacoli di un polipo affamato.
Lei si difende. Coi
pugni, con le pedate, con l’ira che viene dalla rabbia e dall’impotenza. Perché lo zaino la impaccia, la appesantisce quanto una
gravidanza di sette mesi, e non può toglierlo. Non lo toglierebbe nemmeno se
potesse del resto: contiene il suo lavoro.
I nastri che ha inciso, le pagine che ha scritto, le foto che ha scattato. Ciò le impedisce di battersi bene, e i
tentacoli del polipo affamato sono troppi. Tutti insieme
la avvinghiano, la bloccano, la gettano a terra, cercano di spogliarla.
La salveranno due americani che a bordo di una
jeep pattugliano rue Pasteur.
Per caso. Dopo averla salvata, la accompagneranno anche in albergo. Col suo
prezioso zaino. Montserrat, invece, a casa ci tornò
da sola. Senza americani, senza jeep, senza lo scialle di trina (Segno che il
pancione lo avevano visto). E, anziché con uno zaino in
spalla, con un figlio nel ventre. Un figlio da salvare.
Oriana Fallaci è
stata sepolta nel cimitero di rito evangelico degli Allori, dove sono sepolti anche atei, musulmani ed
ebrei. Le è accanto un
ceppo commemorativo di Alexis Panagulis.
Con la bara ci sono una copia del “Corriere della Sera”, tre rose gialle ed il
“Fiorino d'oro”, donatole
da Franco Zeffirelli. Sull’epigrafe è scritto: Oriana Fallaci – Scrittore.
5 marzo 2009