Fiorentina di razza

“Esser donna è così affascinante.

È un'avventura che richiede un tale coraggio,

una sfida che non finisce mai

 

 

VOCI

Elisabetta Coltri – Simone Malfer – Raffaella Mirandola

Claire Sargint - Maria Antonietta Vianini

 

ACCOMPAGNAMENTO MUSICALE

A cura di Lucio Bonometti

 

ALLESTIMENTO TESTI

A cura di Claire Sargint

 

 

Oriana Fallaci ha venduto venti milioni di copie dei suoi dodici libri, tradotti in decine di lingue.  Consegnandole la laurea ad honorem in letteratura, il rettore del Columbia College di Chicago la definì uno degli autori più letti ed amati del mondo. Il 14 dicembre 2005 il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi ha insignito Oriana Fallaci con una medaglia d'oro quale "benemerita della cultura". Quando le chiedevano quali circostanze fossero state importanti per la sua carriera, rispondeva:

Prima di tutto il fatto di appartenere ad una famiglia liberale e impegnata politicamente. E poi, il fatto di aver vissuto, durante l’infanzia, i giorni eroici della Resistenza in Italia. E ancora, il fatto di essere fiorentina. Comunque, a volte mi chiedo se il fattore più motivante non sia stato il fatto di essere nata donna e povera. Quando sei una donna, devi combattere di più. Di conseguenza, devi vedere di più, pensare di più ed essere più creativa. Lo stesso quando nasci povero. La sopravvivenza è una grande motivazione.

Durante la seconda guerra mondiale Oriana Fallaci si unì al movimento clandestino della Resistenza, Giustizia e Libertà, vivendo in prima persona i drammi della guerra. Nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre Edoardo fu fatto prigioniero e  torturato. Per il suo attivismo durante la guerra , a 14 anni Oriana ha ricevuto un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano:

Per quel tricolore la mia intera famiglia fece la Resistenza e l' ho fatta anch' io. Nelle file di Giustizia e Libertà, col nome di battaglia Emilia. Avevo quattordici anni. Quando l' anno dopo mi congedarono dall' Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, mi sentii così fiera. Gesummaria, ero stata un soldato italiano! E quando venni informata che col congedo mi spettavano 14.540 lire, non sapevo se accettarle o no. Mi pareva ingiusto accettarle per aver fatto il mio dovere verso la Patria. Poi le accettai. In casa eravamo tutti senza scarpe. E con quei soldi ci comprai le scarpe per me e per le mie sorelline. 

Dopo la maturità conseguita nel 1948, si iscrive alla facoltà di medicina e inizia a fare la giornalista, per poi divenire scrittrice. Nel 1954 si tuffa nel mondo dorato di Cinecittà e poi di Hollywood, dove mette a nudo il volto straviziato e decadente della luccicante Mecca del cinema. Di alcuni divenne amica , da altri ricevette cocenti delusioni. Divenne ben presto corrispondente di guerra, seguendo per l’Europeo le guerre in  Vietnam, Cambogia, Libano, nel Golfo. Dall’esperienza del 1967 in Vietnam nasce  “Niente e cosi sia”, un diario nato dal primo anno  passato in quel paese, in cui assiste a fucilazioni e battaglie. Parla dei soldati, dei vietcong, dei giornalisti  che incontra,  annotando giorno dopo giorno tutte le sue esperienze e le sue sensazioni fatte di rabbia, paura, pietà. Prima di partire per il Vietnam la sorellina le aveva posto una domanda… Un anno dopo, dal Vietnam , Oriana le porta la sua risposta.

Cosi l’ho scritto, e te lo do. E’ un anno della mia vita, è passato un anno da quando lo incominciai. Il vento dell’inverno gela di nuovo i boschi della mia Toscana.
”Cos'è la vita?”
”È una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe.”
«E quando è rotta?»
«Non serve a niente
. Niente e così sia.»

Poi, alla avventurosa fase delle corrispondenze di guerra fece seguito la lunga serie di interviste agli uomini e alle donne più potenti della terra, del calibro del direttore della Cia William Colby, del primo ministro pakistano Ali Bhutto, dell’iraniano Ayatollah Khomeini, concentrandosi sul loro ruolo di figure dominanti nel sistema politico internazionale. Nella prefazione del libro del 1974, Intervista con la Storia, che le ha raccolte tutte, dice:

Non mi sento di essere e non mi sentirò mai come un freddo registratore di ciò che vedo e sento. Su ogni esperienza personale lascio brandelli d’anima e partecipo a ciò che vedo o sento come se riguardasse me personalmente e dovessi prendere una posizione (infatti ne prendo sempre una basata su una precisa scelta morale).

A mio parere, in un'intervista, non sono le domande che contano ma le risposte. Se una persona ha talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in modo brillante e profondo. Se una persona è mediocre, puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo mediocre.

Lettera ad un bambino mai nato  è un piccolo libro di non più di cento pagine, scritto nel 1975, in cui Oriana Fallaci riesce a condensare il travaglio di una donna di fronte ad una maternità inaspettata. Al bambino che porta in grembo dice:

Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo.

Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato. Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia?

 E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra. Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere.

Un Uomo,  romanzo del 1979, é  imperniato sul grande amore della sua vita,  Alekos Panagulis,  l'eroe della resistenza greca contro il regime dei colonnelli, la persona che  insieme alla madre, ha amato di più al mondo.

 Le due creature che amavo di più. Le amavo tanto che dividere il mio amore per loro era una fatica quasi drammatica; voglio dire, il tempo che passavo con l’uno mi sembrava rubato a quello che avrei dovuto passare con l’altra e… Una delle scale, tra piano terreno e primo piano, nella mia casa di campagna, è quella che unisce l’appartamento dove viveva la mamma e l’appartamento dove vivevamo io e Alekos. Ebbene, quando ero lì con entrambi, era tutto un correre su e giù per quelle scale… Su e giù, su e giù. Poi, di colpo, nel giro di pochi mesi, l’immobilità. Se ne erano andati tutti e due.

Alekos Panagulis nato nel 1939 ad Atene, studiava ingegneria al politecnico quando il colpo di stato di Papadopulos  cambiò per sempre la sua vita. Il 13 Agosto 1967 organizza ed esegue un attentato contro il dittatore, che però fallisce. Viene arrestato immediatamente dopo, condotto all’ Esa, il palazzo della polizia speciale, il palazzo delle torture, e qui seviziato, torturato di ogni tortura possibile per tre lunghi mesi. Condannato a morte in un processo farsa durante il quale, in una memorabile apologia, da accusato diventa accusatore della dittatura, rivendica l’attentato contro Papadopulos.

Si rammarica di aver fallito, sollecitando lui stesso la pena che gli verrà inflitta e poi commutata in carcere: la fucilazione. La sentenza non viene eseguita forse per paura che la sua morte lo trasformi in un eroe, simbolo della lotta contro il Potere, della lotta contro il tiranno. Ma simbolo diviene comunque, anche da vivo. Trascorre cinque anni e mezzo rinchiuso, murato vivo in una tomba (come lui chiamava la sua cella di un metro e mezzo per tre). Poi, grazie alle fortissime pressioni internazionali, nel 1974 Papadopulos, il tiranno, gli concede la grazia e Panagulis può uscire  dalla sua cella:

 

Ma la cosa peggiore era il cielo. Dentro il sepolcro avevi dimenticato anche cosa fosse il cielo. Era un vuoto sopra un vuoto, una vertigine sopra la vertigine, così azzurro, no, così giallo,   no, così bianco. Così cattivo.Bruciava le pupille più di un acido, più di un fuoco      più di un fuoco.

Chiudesti gli occhi per non accecare, allungasti le braccia per non cadere,

E subito il pensiero della tua cella ti afferrò insieme a una nostalgia irresistibile, un desiderio irrefrenabile di tornarci, rifugiarti nel suo buio,

nel suo ventre angusto e sicuro. La mia cella, ridatemi la mia cella.

L'ufficiale che portava la borsa con i vocabolari e con le lime capì, ti raggiunse, ti toccò una spalla: Coraggio.

Riapristi gli occhi, sbattendo le palpebre, facesti un passo, poi un altro, e poi un altro ancora. Ti fermasti di nuovo. Non era una questione di coraggio, era questione di equilibrio. Camminare in tutto quello spazio, quella luce, e da solo, non era come camminare lungo i viottoli della prigione, stretto da due guardie che ti sorreggono per i gomiti: era come brancolare sull'orlo di un precipizio. Perfino andare diritto era difficilissimo perchè in mancanza di pareti, ostacoli, non capivi dove fosse il diritto e l'obliquo, il davanti e l'indietro, capivi soltanto che c'era il sopra e il sotto, il cielo e la terra, il sole abbagliante. Però a poco a poco, mentre la nausea cresceva, e l'incertezza, e la paura, mentre tutto si allargava e ruotava e si rovesciava per farti ripetere la-mia-cella, ridatemi-la-mia-cella, ritrovasti te stesso. E scorgesti qualcosa. Cosa? V'erano ombre laggiù, macchie in movimento. Venivano verso di te fluttuando, agitando strane appendici che a momenti sembravano ali e a momenti sembravano braccia. Uccelli o persone? Persone, perchè rumoreggiavano indefinibili suoni che dovevano essere voci: Aleekoos! Aleekoos!Aleexoos! Alexoos!

Che sforzo atroce dirigersi da quella parte. Aleekoos! Aleekoos!Aleexos! Alexoos!

D'un tratto dalle macchie si staccò una macchia: una figura nera, tozza. E divenne una donna col vestito nero e le calze nere e le scarpe nere e il cappellino nero e gli occhiali neri. E ti corse incontro, con le mani tese, le dita tese. Tua madre. Le cadesti addosso. E allora tutti ti furono addosso, amici, e parenti, e giornalisti, per toccarti, abbracciarti,chiamarti affinchè tu non rimpiangessi più la tua cella, e infatti, di colpo, non la rimpiangevi più, ti sentivi inspiegabilmente felice; pur avendo un gran bisogno di piangere. Non avresti voluto piangere, avresti voluto dire qualcosa di importante, di storico. Ma più ti chiedevi cosa poteva essere questo qualcosa, più il bisogno di piangere cresceva, gonfiava, diventava un formicolio alla gola, una cortina d'acqua sugli occhi.

Perchè lo smarrimento che avevi provato vedendo quel baratro ora si traduceva in un'intuizione precisa, anzi nella consapevolezza che la libertà sarebbe stata per te un'altra sofferenza, un altro dolore. E questo era l'uomo che l'indomani avrei finalmente incontrato, per cozzare contro di lui come un treno che percorre all'inverso lo stesso binario.

Alekos Panagulis  secondo il quale essere un uomo significava amare, lottare e vincere, morì nel 1976 in un oscuro incidente automobilistico.

Nel 1990  Oriana Fallaci andò a vivere a New York, iniziando il lungo lavoro dedicato alla storia della sua famiglia.

Inizio a lavorare presto la mattina (otto, otto e mezza) e vado avanti fino alle sei o sette di sera senza interruzione, senza mangiare e senza riposare. Fumo più del solito, il che significa circa cinquanta sigarette al giorno. Dormo male la notte. Non vedo nessuno. Non rispondo al telefono. Non vado da nessuna parte. Ignoro le domeniche, le feste, il Natale, il Capodanno.

Era là anche  l’11 settembre del 2001

.. Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d'un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto:

«Down! Get down! Giù! Buttati giù».

L'ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. , l'audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato?

Oppure un atto di terrorismo mirato?          

Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull'obiettivo, si getta sull'obiettivo. Sicché ho capito.

Ho capito anche perché nello stesso momento l'audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge.

«God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo

E l'aereo s'è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro.

Erano le 9 e un quarto. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo.

Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell'aria. Sì, sembravano nuotare nell'aria. E non arrivavano mai.

Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf!

 

Oriana continua questa sua straordinaria lettera, indirizzato a Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera,  interrompendo un silenzio che durava da dieci anni. Lo fa con pensieri forti, dirompenti, su cui ragionare e riflettere:  sull' America, sull'Italia, sul mondo islamico, sulla Patria. Usando i suoi soliti artigli, lancia invettive e tesi che sgorgano dal cervello e dal cuore, o meglio dal cervello attraverso il cuore.

 

Quando ci siamo incontrati t'ho visto quasi stupefatto dall'eroica efficienza e dall'ammirevole unità con cui gli americani hanno affrontato quest'Apocalisse. Eh, sì. Nonostante i difetti che le vengono continuamente rinfacciati, che io stessa le rinfaccio, (ma quelli dell' Europa e in particolare dell'Italia sono ancora più gravi), l'America è un paese che ha grosse cose da insegnarci. Quanto all' ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani rispondono alle disgrazie e al nemico, : devo ammettere che lì per lì ha stupito anche me.

 

Sapevo, sì, che era esplosa al tempo di Pearl Harbor, cioè quando il popolo s'era stretto intorno a Roosevelt e Roosevelt era entrato in guerra contro la Germania di Hitler e l' Italia di Mussolini e il Giappone di Hirohito.    L' avevo annusata, sì, dopo l' assassinio di Kennedy. Ma a questo era seguita la guerra in Vietnam, la lacerante divisione causata dalla guerra in Vietnam, e in un certo senso ciò mi aveva ricordato la loro Guerra Civile d' un secolo e mezzo fa. Così, quando ho visto bianchi e neri piangere abbracciati, dico abbracciati, quando ho visto democratici e repubblicani cantare abbracciati «God save America, Dio salvi l' America», quando gli ho visto cancellare tutte le divergenze, sono rimasta di stucco.

 

Il fatto è che l'America è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell'anima, il bisogno d'avere una patria, e dall' idea più sublime che l' Uomo abbia mai concepito: l' idea della Libertà, anzi della libertà sposata all' idea di uguaglianza. Lo è anche perché a quel tempo l' idea di libertà non era di moda. L' idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti Illuministi, di queste cose.

 

Non li trovavi che in un costosissimo librone a puntate detto l' Encyclopedie, questi concetti. E a parte gli scrittori o gli altri intellettuali, a parte i principi e i signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che avevano ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell' Illuminismo? Non era mica roba da mangiare, l' Illuminismo! Non ne parlavan neppure i rivoluzionari della Rivoluzione Francese, visto che la Rivoluzione Francese sarebbe incominciata nel 1789 ossia tredici anni dopo la Rivoluzione Americana che scoppiò nel 1776.

 

Vogliamo farlo questo discorso su ciò che tu chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture? , se vuoi proprio saperlo, a me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c' è Omero, c' è Socrate, c' è Platone, c' è Aristotele, c' è Fidia, perdio. C' è l' antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C' è l' antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue sculture, la sua letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade.

 

C' è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell' amore e della giustizia. C' è anche una Chiesa che mi ha dato l' Inquisizione, d' accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d' accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c' è il Rinascimento.

 

C' è Leonardo da Vinci, c' è Michelangelo, c' è Raffaello, c' è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una canzonetta o mugoli il coro del Nabucco.  E infine c' è la Scienza, perdio.  Una scienza che ha capito parecchie malattie e le cura.  Io sono ancora viva, per ora, grazie alla nostra scienza:  non quella di Maometto.  Una scienza che ha inventato macchine meravigliose.  

 

Il treno, l' automobile, l' aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di questo pianeta con l' elettricità, la radio, il telefono, la televisione. Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New York, gli esperti dell' Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto: spiegarmi che il Corano predica la pace e la fratellanza e la giustizia. Ma allora come la mettiamo con la storia dell' Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente?

 

Come la mettiamo con la faccenda del chador anzi del velo che copre il volto delle musulmane, sicché per dare una sbirciata al prossimo quelle infelici devon guardare attraverso una fitta rete posta all' altezza degli occhi? Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli, che non debbano andare a scuola, non debbano andare dal dottore, non debbano farsi fotografare eccetera? Come la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte per chi li beve?

 

Anche questo sta nel Corano. E non mi sembra mica tanto giusto, tanto fraterno, tanto pacifico. Ecco dunque la mia risposta alla tua domanda sul Contrasto-delle-Due-Culture. Al mondo c' è posto per tutti, dico io. A casa propria tutti fanno quel che gli pare. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel concetto di libertà, io, e la mia mamma diceva: «Il mondo è bello perché è vario». Ma se pretendono d' imporre le stesse cose a me, a casa mia... Lo pretendono.

 

L' Italia è un paese molto vecchio. La sua storia dura da almeno tremila anni. La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle chiacchiere: non prescinde da una religione che si chiama religione cristiana e da una chiesa che si chiama Chiesa Cattolica. La gente come me ha un bel dire: io-con-la-chiesa-cattolica-non-c' entro. C' entro, ahimé c' entro. Che mi piaccia o no, c' entro. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica della campane. Le campane di Santa Maria del Fiore che all' Epoca della Tenda la vociaccia sguaiata del muezzin soffocava.

 

È in quella musica, in quel paesaggio, che sono cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio che ho imparato cos' è l' architettura, cos' è la scultura, cos' è la pittura, cos' è l' arte. È attraverso quella chiesa (poi rifiutata) che ho incominciato a chiedermi cos' è il Bene, cos' è il Male, e perdio... Ecco: vedi? Ho scritto un' altra volta «perdio». Con tutto il mio laicismo, tutto il mio ateismo, son così intrisa di cultura cattolica che essa fa addirittura parte del mio modo d' esprimermi. Oddio, mioddio, graziaddio, perdio, Gesù mio, Dio mio, Madonna mia, Cristo qui, Cristo là.

Mi vengon così spontanee, queste parole, che non m' accorgo nemmeno di pronunciarle o di scriverle.

 

 

E vuoi che te la dica tutta? Sebbene al cattolicesimo non abbia mai perdonato le infamie che m' ha imposto per secoli incominciando dall' Inquisizione che m' ha pure bruciato la nonna, povera nonna, sebbene coi preti io non ci vada proprio d' accordo e delle loro preghiere non sappia proprio che farne, la musica delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei Cristi e quelle Madonne e quei Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la mania delle icone. Mi piacciono pure i monasteri e i conventi. Mi danno un senso di pace, a volte invidio chi ci sta.

 

Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l' ho mai chiesta. Anni fa un ambasciatore americano me la offrì sul Celebrity Status, e dopo averlo ringraziato gli risposi: «Sir, io all' America sono assai legata. Ci litigo sempre, la rimprovero sempre, eppure le sono profondamente legata. L' America è per me un amante anzi un marito al quale resterò sempre fedele.  Ammesso che non mi faccia le corna.  Voglio bene a questo marito. E non dimentico mai che se non si fosse scomodato a fare la guerra a Hitler e Mussolini, oggi parlerei tedesco.

 

Non dimentico mai che se non avesse tenuto testa all' Unione Sovietica, oggi parlerei russo. Gli voglio bene e m' è simpatico. Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il passaporto col Certificato di Residenza, il doganiere mi dica con un gran sorriso: Welcome home. Benvenuta a casa. Mi sembra un gesto così generoso, così affettuoso. Inoltre mi ricorda che l' America è sempre stata il Refugium Peccatorum della gente senza patria. Ma io la patria ce l' ho già, Sir. La mia Patria è l' Italia, e l' Italia è la mia mamma. Sir, io amo l' Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la cittadinanza americana».

 

Naturalmente la mia patria, la mia Italia, non è l' Italia d' oggi. L' Italia godereccia, furbetta, volgare degli italiani che pensano solo ad andare in pensione prima dei cinquant' anni e che si appassionano solo per le vacanze all' estero o le partite di calcio. No, no: la mia Italia è un' Italia ideale. È l' Italia che sognavo da ragazzina, quando fui congedata dall' Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, ed ero piena di illusioni. Un' Italia seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa, quindi meritevole di rispetto. E quest' Italia, un' Italia che c' è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca.

 

Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade. Perché, che a invaderla siano i francesi di Napoleone o gli austriaci di Francesco Giuseppe o i tedeschi di Hitler o i compari di Usama Bin Laden, per me è lo stesso. Che per invaderla usino i cannoni o i gommoni, idem. Col che ti saluto affettuosamente, caro il mio Ferruccio, e t' avverto: non chiedermi più nulla. Meno che mai, di partecipare a risse o a polemiche vane. Quello che avevo da dire l' ho detto. La rabbia e l' orgoglio me l' hanno ordinato. La coscienza pulita e l' età me l' hanno consentito. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta.

 

Come risposta alla minacce ricevute, due anni dopo scrive la  Forza della Ragione…in cui non si appella più alla rabbia, all’orgoglio, alla passione, ma alla ragione. Il libro esce in un momento molto difficile per l’occidente, subito dopo la strage di Madrid ad opera degli estremisti islamici.  Ci parla di come, in tutti gli anni passati in giro per il mondo occupata in altre attività, non si sia mai resa conto di quanto la minaccia dell’Islam fosse una realtà che stava affondando sempre di più le radici nella società occidentale, una società disponibile ad accettare tutte le diversità, in modo irragionevole e senza filtri. E’ un libro pregno di ricordi, di avvenimenti realmente accaduti, di fatti a cui l’autrice stessa è legata in prima in persona e naturalmente di opinioni molto personali:

Io sono un'atea cristiana. Non credo in ciò che indichiamo col termine Dio. Dal giorno in cui mi accorsi di non crederci, (cosa che avvenne assai presto cioè quando da ragazzina cominciai a logorarmi sull'atroce dilemma ma-Dio-c'è-o-non-c'è), penso che Dio sia stato creato dagli uomini e non viceversa. Penso che gli uomini lo abbiano inventato per solitudine, impotenza, disperazione. Cioè per dare una risposta al mistero dell'esistenza, per attenuare le irresolubili domande che la vita ci butta in faccia...

Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Che cosa c'era prima di noi e di questi mondi, miliardi di mondi, che con tanta precisione girano nell'universo. Che cosa ci sarà dopo... Penso che l'abbiano inventato anche per debolezza, cioè per paura di vivere e di morire. Vivere è molto difficile, morire è sempre un dispiacere, e il concetto d'un Dio che aiuta ad affrontare le due imprese può dare un sollíevo infinito: lo capisco bene. Infatti invidio chi crede.

A volte ne sono addirittura gelosa. Mai, però, fino a maturare il sospetto quindi la speranza che quel Dio esista. Che con tutti quei miliardi di mondi abbia il tempo e il modo per rintracciare me, occuparsí di me. Ergo, me la cavo da sola. Quasi ciò non bastasse, sopporto male le chiese, le loro liturgie, la loro presunta autorità spirituale, il loro potere. E coi preti vado poco d'accordo. Perfino quando si tratta di persone intelligenti o innocenti non riesco a dimenticare che stanno al servizio di quel potere, e v'è sempre il momento in cui il mio innato anticlericalismo ríaffiora.

Un momento in cui sorrido al fantasma del mio nonno materno che era un anarchico ottocentesco e cantava: «Con le budella dei preti impiccheremo i re». Tuttavia, ripeto, sono cristiana.  Lo sono anche se rifiuto vari precetti del cristianesimo. Ad esempio la faccenda del porgere l'altra guancia, del perdonare. (Errore che incoraggia la cattiveria e che non commetto mai). E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e il mio laicismo.

Dopo aver espresso a lungo opinioni anticlericali, negli ultimi anni Oriana Fallaci si avvicinò alla chiesa. Dichiarò pubblicamente la sua ammirazione verso Benedetto XVI, che l'ha ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata, nell’agosto del 2005. Larga parte del patrimonio librario della scrittrice è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato in Vietnam, all’Università Lateranense di Roma.

Dopo l’11 settembre si è dedicata con libri e articoli,  a difendere con la passione che l’ha sempre contraddistinta , la cultura occidentale in netta contrapposizione al fondamentalismo islamico. E ciò non senza suscitare grosse polemiche ma anche grandi segni di ammirazione.

A Firenze era nata, il 29 giugno 1929, e a Firenze ha voluto morire, 77 anni dopo, nel 2006.  Avrebbe potuto restare negli Stati Uniti, dove da anni risiedeva. Ma, per il suo ultimo respiro ha scelto di tornare a casa. Per le sue ultime ore ha voluto un ospedale che si affaccia sull'Arno. All’amico politico e scrittore Riccardo Nencini  prima di morire disse:

Riccardo, l'Occidente è malato, ha perso la voglia di lottare, oppone valori vacui di fronte all'integralismo islamico. L'Europa è rammollita... Perché loro hanno qualche cosa che noi non abbiamo ed è la passione. Hanno la fede e la passione. Nel male, in negativo, ma l'hanno. Noi non l'abbiamo più, l'abbiamo persa, la nostra forma di società ha inaridito l'animo, ha inaridito il cuore della gente.

 

Perfino nei rapporti amorosi c'è meno passione. In quanto alla fede, nel nostro mondo è una parola quasi sconosciuta. Loro sono più stupidi di noi ma sono profondamente appassionati, dunque più vitali. Questa mancanza di passione si riflette nella nostra vita quotidiana perché, al posto della passione, abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio. Tutto quello che siamo è frutto di raziocinio, non di passione.

 

……………..

 

“Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è cominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta

 

E uscirà infatti dopo la sua morte, Un cappello pieno di ciliege, il libro a cui la scrittrice ha lavorato per oltre dieci anni, un lavoro molto difficile e complicato da realizzare, venuto fuori da ricerche minuziose tra archivi polverosi, una cassapanca con cimeli di famiglia e ricordi lontani nel tempo un po’ sbiaditi, ma anche da un fantasticare romanzando, le varie vicissitudini di chi ha preceduto i suoi passi in questa vita terrena.

Ora che il futuro s'era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l'inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d'estate costituiva il mio Io.

Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato.

Così comincia questa straordinaria epopea della famiglia di Oriana Fallaci, una saga che copre gli anni dal 1773 al 1889, con incursioni nel passato e in un futuro che precipita verso il bombardamento di Firenze del 1944. È una storia dell'Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, attraverso le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson, Francesco marinaio, negriero e padre disperato, o come una bisnonna paterna, Anastasìa, figlia illegittima, ragazza madre, pioniera nel Far West, e della quale Oriana portava il nome. E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei genitori, diventarono suoi figli.

Tra di essi, c’eran donne indomite come la Caterina che alla fiera di Rosìa, dove teneva un banco di biancheria, indossava un cappello pieno di ciliege per farsi riconoscere dal futuro sposo Carlo Fallaci. Caterina l’eretica, anzi l’atea, che nel 1785 aveva vent’anni, e che voleva un marito,  ma non uno qualunque….

“Siete Caterina Zani, vero? “ Continuò per prendere tempo.

E chi ha da essere? Non li vedete i tubi di decenza, non lo vedete il cappello pieno di ciliegie?” rispose lei, provocatoria.

Intanto però lo studiava, ispezionava i suoi occhi seri e celesti, il suo volto pensoso e scavato dalle fatiche, le sue spalle robuste, le sue mani sciupate, e dal sorrisino che accompagnava l’indagine potevi dedurre che le piaceva tutto.

“Io sarei il Fallaci di San Eufrosino di Sopra, il contadino che ha chiesto la vostra mano” proseguì un po’ incoraggiato.

“Piacer mio” rispose lei, stavolta quasi gentile. E coperta con un panno la merce, cacciò i curiosi che seguivan l’approccio.

“Via brutti ficcanaso, via! Toglietevi dai piedi ché da questo momento la vendita dei calenzò è sospesa e le mie faccende non le dovete ascoltare”.

Poi si tolse il cappello, staccò una delle ciliegie, e la offrì al pretendente. “Ne volete? Le ho colte stamani. Son fresche”.

“No grazie…” si schernì Carlo con lo stomaco chiuso dall’abbagliante spettacolo della lunga treccia color rame, non ancora elencata nella lista delle beltà.

“E visto che avete sospeso la vendita, visto che son qui per conoscervi e farmi conoscere, vorrei spiegarvi…” Ma offesa dal rifiuto della ciliegia, lei lo interruppe porgendogli un volumetto già aperto a una pagina segnata da una foglia d’olivo.

“Vi spiegherete più tardi. Adesso leggete”
“Perché, cos’è?”
“Il perché ve lo dico dopo, il cos’è ve lo dico subito. Un breviario di catechismo, maledizione. Il pievano non aveva altro da prestarmi. Avanti leggete ciò che c’è scritto!”
“Alla pagina aperta?”
“Alla pagina aperta. E non barate che io la conosco”.

Carico di stupore e senza rendersi conto di venir sottoposto a un esame assai più  impegnativo d quello sostenuto prima, Carlo ubbidì. “C’è scritto: i peccati capitali sono sette. La superbia, l’avarizia, l’invidia, la lussuria, l’ira, la gola, l’accidia ovvero la pigrizia.

Ma con un secco basta-così lei lo interruppe di nuovo. E ripreso il breviario aprì un astuccio che conteneva una penna d’oca e una boccettina d’inchiostro. Inzuppò la penna, gliela dette insieme a un pezzo di carta.

“Scrivete. Mostratemi come fate la vostra firma.

Finalmente realizzando quel che gli succedeva, Carlo vergò una bellissima firma adorna di svolazzi. Poi la porse a Caterina che per almeno due minuti continuò ad osservarla senza aprir bocca.

“Non va bene?” chiese infatti Carlo, preoccupato dal silenzio.

“Va bene, va bene” ripetè lei, solenne. “Il sensale m’aveva detto la verità. Ma non tiriamola tanto lunga. Io vi sposo se mi insegnate a leggere e scrivere.”

………..

Fu una scoperta terribile, la scoperta d’essere incinta. Perché la vigilia delle nozze era andata dalla mammana cioè la levatrice di Montalcinello e s’era informata su quel che si fa o non si fa per controllar la faccenda. Se fa così e così, aveva risposto la mammana, suggerendo anche una purga a base di ortica. E lei aveva puntualmente fatto così e così, inghiottendosi pure la purga. Puntualmente. Fuorché la prima notte. Realizzare che il disastro era successo proprio la prima notte, per le dimenticanze causate dallo scambio di vi-voglio bene, la riempì dunque di rabbia.

Trovarsi incinta proprio ora che aveva lo scrittoio ed era pronta per imparare a leggere e scrivere! Non l’avrebbe mai usata quella penna d’oca. Non le avrebbe mai conosciute le storie di quegli undici libri. Non sarebbe mai diventata una persona colta, una persona che legge e che scrive. Sarebbe sempre rimasta una piercola che adopra le mani e gli occhi per pulire il sudicio degli altri e basta, dar di zappa o di vanga e basta. Al massimo, ricamar lenzuoli e mutande. Un figlio appena nato è un mestiere che non lascia respiro, aveva detto la mammana.

Ogni poco bisogna allattarlo, lavarlo, addormentarlo, allattarlo di nuovo, lavarlo di nuovo, addormentarlo di nuovo, e ringrazia Domineddio se la notte dormi qualche ora. Dopo, idem. Perché dopo bisogna insegnarli a stare in piedi, a camminare, a parlare, a difendersi. Accidenti a quel bigotto in amore! Accidenti alla sua dolcezza, i suoi vi-voglio-tanto-bene,  i suoi se-vi-perdo-mi-impicco! E per settimane si sentì così imbrogliata, beffata, sconfitta, che non disse nulla al marito. Si limitò a maltrattarlo, respingerlo, odiarlo, e guai se lui chiedeva tutto mortificato che avesse.

Ringhiava: “Ho quel che mi pare! Pensate alle vostre faccendacce!” Ma all’inizio di settembre cioè allo scadere del secondo mese, la sua praticità prevalse. Inutile piangere sul latte versato, concluse. Quel bambino doveva nascere e dal disastro si poteva ricavare un vantaggio. Quanto impiega la gente normale ad istruirsi: un anno, due?  , lei ci sarebbe riuscita in molto meno: sette mesi. Il tempo che aveva dinanzi a sé prima di partorire. A patto che incominciasse subito, ovvio. Stasera stessa. E quando Carlo tornò dai campi, provvide.

“Stasera si inaugura lo scrittoio” gli disse.

“Stasera? Perché proprio stasera? Rispose Carlo, sorpreso.

Perché mi avete messo incinta, ecco perché! Perché se non imparo a leggere e a scrivere prima che vostro figlio nasca, non imparo più! Capito?”

 

 

 

 

 

 

 

 

La catalana Maria Ignavia Josepha, (Montserrat) nel 1976 era incinta del suo quinto figlio, Michele, che sarebbe stato trisnonno della Fallaci. Si trovava a camminare in una strada di Livorno, inconsapevole che  stavano arrivando le truppe francesi…

Si fermò smarrita. Si schiacciò contro il muro, si portò le mani sul ventre come a proteggerlo. E ora? Che fare, ora? Tornare indietro per le strade già percorse, cioè per il tragitto lungo ma privo di francesi oppure proseguire per via Grande, sboccare nella piazza d’Arme ormai vicinissima, lì prendere via del Porticciolo che distava pochi passi dagli Scali del Monte Pio, cioè scegliere il tragitto breve ma infestato dai francesi?

Meglio il secondo, decise. Tanto era incinta, chi molesta una donna incinta?  E senza pensare che lo scialle di trina le nascondeva il pancione, che la soldataglia non va per il sottile, non bada se sei incinta o no, proseguì per via Grande. Sboccò nella piazza d’Arme, puntò verso via del porticciolo, e stava per entrarci quando un gruppo di soldati che bivaccavano la circondò. Regarde ce que nous avons ce soir! - vas-tu, jolie femme? - Viens ici, lasse-toi baiser!

Poi incominciarono a toccarla, brancicarla, sballottarla. La chiusero dentro un cerchio di sghignazzate, la buttarono in terra, e cosa le fecero non lo so. La voce appassionata e pietosa si limitava a dire che d’un tratto era esploso un colpo di pistola, che a colpi di pistola un tenente l’aveva salvata dal peggio. Comunque in questo caso la voce appassionata e pietosa non serve. Il volo della fantasia nemmeno. Perché anche un tentato stupro è uno stupro.

Se la violenza non ti oltraggia il corpo ti oltraggia la mente, te la sporca, te la ferisce con un incubo che non puoi dimenticare. E perché al posto di Montserrat vedo una giovane donna che non le assomiglia, che da lei e suo marito ha ereditato solo i geni del mal dolent e che centosettanta quattro anni dopo subisce lo stesso abominio a Saigon. E’ notte, centossettantaquattro anni dopo a Saigon.  Il coprifuoco è già incominciato e le strade sono deserte come a Livorno il 27 giugno del 1796. Nessuno, fuorché i militari, può transitarvi.

Ma la giovane donna si trova lì come corrispondente di guerra: col suo zaino in spalla è appena tornata dal fronte, una camionetta l’ha appena lasciata in reu Pasteur, e qui cammina per rientrare in albergo. Cammina pensosa, distrutta dalla stanchezza e dagli orrori che ha vissuto durante la battaglia. Nel suo cuore c’é una gran misericordia per gli essere umani e in particolare per quelli che indossano l’uniforme.  “Poveri ragazzi. Domani toccherà a loro ammazzare e farsi ammazzare. Si dice passando davanti ad un bivacco di soldati   vietnamiti.  E li saluta con un lieve cenno del capo.  

Allora i poveri-ragazzi lasciano il bivacco.  A due a due saltano su motorette che al buio non avevi notato. Con queste prendono a girarle intorno, chiuderla in un recinto mobile che le toglie ogni possibilità di scampo. Intanto sghignazzano regardece-que-nous-avons-ce-soir, où-vas-tu, jolie-femme, viens-ici-laisse-toi-baiser. Poi il recinto mobile diventa un recinto immobile. Scendono dalle motorette e incominciano a toccarla, brancicarla, sballottarla. Mani e braccia che sembrano tentacoli di un polipo affamato.

Lei si difende. Coi pugni, con le pedate, con l’ira che viene dalla rabbia e dall’impotenza. Perché lo zaino la impaccia, la appesantisce quanto una gravidanza di sette mesi, e non può toglierlo. Non lo toglierebbe nemmeno se potesse del resto: contiene il suo lavoro.  I nastri che ha inciso, le pagine che ha scritto, le foto che ha scattato. Ciò le impedisce di battersi bene, e i tentacoli del polipo affamato sono troppi. Tutti insieme la avvinghiano, la bloccano, la gettano a terra, cercano di spogliarla.

La salveranno due americani che a bordo di una jeep pattugliano rue Pasteur. Per caso. Dopo averla salvata, la accompagneranno anche in albergo. Col suo prezioso zaino. Montserrat, invece, a casa ci tornò da sola. Senza americani, senza jeep, senza lo scialle di trina (Segno che il pancione lo avevano visto). E, anziché con uno zaino in spalla, con un figlio nel ventre. Un figlio da salvare.

Oriana Fallaci  è  stata sepolta nel cimitero di rito evangelico degli Allori,  dove sono sepolti anche atei, musulmani ed ebrei.  Le è accanto un ceppo commemorativo di Alexis Panagulis. Con la bara ci sono una copia del “Corriere della Sera”, tre rose gialle ed il “Fiorino d'oro”,  donatole da Franco Zeffirelli.   Sull’epigrafe è  scritto:  Oriana Fallaci – Scrittore.

 

 5 marzo 2009