GARDA. Sabato dalle 9.30 fino a notte fonda - Racconti e poesie letti per le strade

Garda. Le parole al centro dell’attenzione in vicoli e piazzette per un’intera giornata. Sabato per tutto il giorno dalle 9,30 alle 22,30, artisti leggeranno racconti, poesie, articoli di giornale, ricette e tutto ciò che è collegato al mondo dei libri. Alla manifestazione, organizzata dalla biblioteca comunale, hanno aderito ristoratori ed esercenti, che ospiteranno i lettori ed il pubblico, offrendo un caffè, un aperitivo, un bicchiere di vino, un gelato o uno stuzzichino. Si inizia alle 9,30 al bar Taverna-Busetto e si termina alle 21, 30 con recital in piazzetta di Palazzo Carlotti. Dopo cena a cura del bar cerchio Aperto e azienda agricola Cà Lojera.A.S.  

 

Raffaella Mirandola – Fabio Vianini

                  

In via Antiche Mura

 

“IL LAGO SI RACCONTA”

 

Miscellanea di brani ideata da Claire Sargint

 

….attraverso le voci della Compagnia Teatrale La Rumarola

e del coro “La Rocca

   

La vita dei pescatori

 

La vita quotidiana dei pescatori del Garda è sempre stata caratterizzata da disagi, da privazioni e da fatiche sfibranti. Essi dovevano in passato alzarsi a notte fonda e partire per il lago con tutti i tempi; gli spostamenti con le barche avvenivano talora a mezzo vela, ma più spesso con i remi; essi dovevano remare per lunghe ore e percorrere enormi distanze per giungere sul luogo di pesca. Angelo Sartori ci descrive con suggestiva efficacia una uscita notturna sul lago.

 

     NOTURNO A GARDA

Un spianso de luna su l’aqua che trema…

‘Na barca che rema a colpo sicuro…

La Roca la guarda, de grinta musona.

…La stona, la stona con quel muso duro…

De là San Vigilio, più tenero dorme

de guardia le forme dei pigni va in su…

El faro del porto se smorsa e se impissa…

Me par che ‘l se indrissa …de guardia ‘nca lu…

Le barche lì soto, tornade in fameia,

le speta la sveia del bon pescador…

Un strasso de vela supiada dal vento

la porta via a lento du cori in amor…

Barconi de Garda, là soto le stele,

i pesca sardele al palo del Vò…

Le case le dorme de un sono che pesa...

La tor de la cesa la bate le do...

 

Ora, con l’avvento dei motori fuori bordo, i remi giacciono quasi inutilizzati e le vele sono scomparse: con esse è scomparso, purtroppo, anche uno degli spettacoli più suggestivi e pittoreschi che esse offrivano, come descrive mirabilmente Pino Crescini:

 

“Dai moli e dalle rive ogni giorno si potevan vedere spiegarsi o afflosciarsi le vele policrome dei barconi, che andavano e venivano instancabili. Trasportavano pesanti carichi di merce varia dal veronese alla Bresciana, dal bacino nord a quello sud, e viceversa. A Garda questa attività era un monopolio di vari rami della famiglia Maffezzoli, i Frànsarle, i Garibàldi, il Turo”.

 

“Quando soffiavano i grandi venti, era uno spettacolo il librarsi delle vele, rosse gialle arancione, contro il turchino del cielo e il blu sfrangiato di bianco del lago equoreo”. 

 

“E c’era il diversivo delle raffiche che inchiostravano l’acqua, della frusta dell’onda che si rideva della murata e la struggente pace delle notti colme di luna e di stelle. E c’erano i fortunali che, sconvolgendo cielo ed acque, incalzavano onde arrovellate, fra cui i bestioni di poc’anzi si trasformavano in gusci impazziti, attratti dall’orrore dell’abisso piu’ delle pietre di cui erano gravidi”

 

Poi, quando i barconi appoggiavano le loro pance ai moli e riposavano finalmente per un giorno, ragazzini a frotte s’adunavano a capo dei pontili a sgranare gli occhi sulle immagini delle polene, che figuravano policrome e corrusche sante cristiane o discinte e gessose divinità pagane delle acque.                                                       

 
Lo spettacolo delle vele ispirò anche il poeta veronese Berto Barbarani, che  fa una allegra descrizione di Garda di quel tempo:
                                                                                 

Da la Roca a San Vigilio

Gh’è la riva tuta en sol

E le vele in visibilio

Le se sgionfa fin al col

                       (El vento supia, dal Monte Lupia)                   

-                                           Canta, canta barcarol!

Alti e suti i pescadori

Co le man te le scarsele,

par la gloria dei so cori

j è l’amor de le putele,

che ghe buta i brassi al col…

                       (El vento supia, dal monte Lupia)

                       Basa e canta, barcarol.

Da  ti, Garda , el lago el spina

Le memorie vecie e intate…

L’era tua quela regina,

ch’è scapà vestì da frate

col rosario atorno al col…

                       (El vento supia, dal Monte Lupia)

                       Canta e pesca barcarol!

Pesca mò la Garda fonda,

che se sente le campane;

el segreto sta ne l’onda,

che lo tien fra le so mane

in cadene fin al col…

                       (El vento supia, dal Monte Lupia)

Pesca e canta, barcarol.

Vien dai monti a verta boca

dei pastori la canson

e i fratoni de la Roca

dà una gran benedission…!

 

I venti del  Garda

 

I pescatori sono profondi conoscitori dei venti tenendone sempre conto per i loro movimenti.

 

“Sover”  o  “vént de sora” vento periodico che spira da nord, dalle prime ore del mattino fino a quasi mezzogiorno. Se prodotto da forte burrasca e cresce in forza provocando alte onde minacciose il sover è chiamato “vént de Bali” da Ballino, località sita su un passo a nord di Riva; e in tal caso c’è il proverbio: “vént da Bali el dura tri di e en pocheti”

 

“Ora” è un vento più leggero e umido che spira da sud a nord e dura da mezzogiorno a sera.

 

“Andre” o “Ander” :  da andare. Vento che spira da sud-ovest per 5/6 ore: qualche volta è impetuoso e batte sventagliando banchine e spiagge.

 

Vinéssa: vento che spira da sud-est talora con forza rilevante. E’ foriero di brutto tempo. Per indicare il suo carattere piuttosto fastidioso, il pescatore dice: La vinéssa la baiava come ‘na cagna.

 

Pélai – vengono chiamati i zéfiri vari. Dice un proverbio: “el péla l’acqua”, quando l’acqua viene sollevata con effetto quasi di polverizzazione.

Continua Berto Barbarani a parlare del lago con:

 "Lago, da l'acqua fresca e celestina
de le fontane che te sbrissia drento,
lago de Garda, da la recia fina,
che te senti tremar le vele al vento

e i limonari quando che i se inchina
zo da le rive a forte complimento,
l'eto vista scapar quela regina
che i avea impresonado a tradimento?"

Cosìta a sera, i barcaroi che canta
co 'na malinconia che no fa pena,

bina la rede che i aveva spanta
e i canta i canta su la rede piena,
fin che la dona a casa se descanta
atorno al fogo a pareciàr da cena!

 

Proverbi dei pescatori

 

Molti  proverbi sono nati  dalla vita quotidiana del pescatore, per esempio:

 

1) Pescaor! ‘n’alegressa e çento dolor – (Pescatore! Una gioia e cento dolori)

 

2) Per indicare i magri guadagni c’è il detto: Pena de useli e resca de pesci fa l’òm poari (Penna d’uccello e scaglia di pesce fanno l’uomo povero)

 

3) Se qualche indizio suggerisce buone previsioni di pesca e ciò poi non s’avvera, eccolo esclamare deluso: No gh’è barba d’òm che sapia cossa ghe sia soto el pél” (Non c’è barba d’uomo che sappia cosa ci sia sotto il pelo dell’acqua)

 

4) Nelle giornate invernali, il pescatore si rifugia al riparo dalle correnti per aggiustare le reti e godere il tepore del sole che si chiama “el papà dei poaréti”

 

5) In autunno, quando le sardine sono scomparse il pescatore dice malinconicamente “Le sardine le è né en le so ca’, no gh’è pu gnént da sperar” (Le alose sono andate nelle loro case, non c’è più niente da sperare)

 

6) Nell’inverno il pescatore si abbandona allo sconforto esclamando: “el lac nol dà pu en schèo”

( Il lago non dà più un centesimo)

 

7) c’è poi il detto che dice Oggi anche i gabbiani sono diventati ricchi ed è  riferito all’uccello, dal corpo cinereo e dalle ali bianche e larghe, che vola solitario o in stormi, sopra il lago e gli stagni in genere. Dal pescatore è chiamato “cocal”  forse per il grido gutturale che lancia dall’alto.

E’ chiamato anche “sardenàr” perché spesso segnala al pescatore la presenza delle alose, chiamate comunemente sardine. Negli ultimi anni,  causa l’abbondanza di cibo fornito dai rifiuti abbondanti in quest’epoca di consumi, ha rallentato un po’ la sua funzione di segnalatore delle alose per cui il pescatore ha coniato il detto che suona: “Anco i cocài i è devente siori anca lori”.

 

I barconi di oggi

 

Oggigiorno restano  due velieri:  il San Nicolò e la Siora Veronica.

                                                                 

Il veliero San Nicolò chiamato così per onorare il patrono del paese, è stato costruito e varato a Bardolino nel 1925, con madrina la figlia dell’allora podestà Felice Vivaldi. Lo scafo era fasciato in larice, su una robusta ossatura in gelso e alberi in cipresso. Sulla prua ostenta una bella polena, proveniente dalla Nova Garda  di Garda.

Rimasto proprietà della famiglia Donà di Bardolino fino al 1957,  è stato  piu’ volte venduto e rivenduto, passando anche sotto bandiera austriaca come nave scuola di vela, e svolgendo anche  un’intensa attività di trasporto merci sul lago. Nel 1967 è stato sottoposto ad un radicale restauro nel cantiere Feltrinelli a Malcesine.  Dal 1988  è stata acquistato dall’agenzia Europlan di Bardolino , e ulteriormente ristrutturato nel cantiere Dal Ferro di Garda. Svolge  attività turistica, sotto le attente cura del comandante Aldo Giarbini.

 

La Veronica è stata costruita tra il 1926 – 27 da due fabbri di Peschiera del Garda.

Per molti anni  è stata  una chiatta usata per piantare i pali d’ormeggio degli imbarcaderi e per recuperare scafi affondati , poi fu adibita al trasporto di marmi utilizzati nella costruzione dei vari porti lacustri.

Nel 2001 l’attuale armatore né scoprì lo scafo ormeggiato nella darsena di una cartiera a Toscolano. Era un 24 metri di lamiera arrugginita, che  fu affidato al cantiere dei fratelli Rossi di Viareggio per recuperarne lo scafo. Lo scafo rinnovato ed equipaggiato con motore ed impiantistica nuovi lasciò il mare in direzione delle Alpi. I lavori di carpenteria furono infatti affidati ad una falegnameria di  Merano. Così restaurato  lo yacht è stato varato nel 2003, arricchendo il nome di Veronica con il titolo di Siora. Viene utilizzata per crociere che da Malcesine partono alla scoperta del Benaco.

 

Corporazione degli antichi originari

 

Un aspetto caratterizzante il costume dei pescatori e delle genti del Garda è che essi sono sempre stati tenacemente radicati al proprio lago, fedeli alla loro parlata dialettale e con  un profondo senso di unità e solidarietà. Un esempio leggendario di questa loro unità e solidarietà è offerto dalla costituzione della Corporazione degli antichi originari di Garda avvenuta nel lontano 1452; corporazione ancora in vita.

In quell’anno dopo lunghe liti e contese, anche violente, contro gli assurdi privilegi sulle zone di pesca, da parte di un certo Andrea Becelli da Costermano, i pescatori di Garda, Torri, e Sirmione si unirono nella predetta Corporazione ed acquistarono i diritti alla pesca mediante una transazione notarile che li impegnava a sborsare a rate la somma di mille ducati d’oro: impegno che mantennero affrontando enormi sacrifici e che fu estinto solo 2 secoli dopo, grazie anche al sacrificio delle donne che impegnarono le fedi nuziali.

 

Leggenda di San Bernardo

 

Nacque in quegli anni il culto a San Bernardo, scelto dai pescatori come Santo protettore festeggiato tutti gli anni il 20 agosto. La leggenda narra di due barche provenienti da Maderno con a bordo dei monaci, tra i quali c’era frate Bernardo, uomo santo e dotto, amico del papa, tenuto da tutti in gran considerazione.  I presenti lo seguirono mentre i monaci si avviavano sulla via per la Rocca. Giunto presso un grande albero, il frate iniziò a parlare di cose di Dio, e nonostante gli argomenti difficili e la lingua nuova, tutti intendevano il suo dire. Quando il temporale scoppiò e iniziò a piovere violentemente, nessuno dei presenti fu toccato dall’acqua. In quello stesso posto è sorta più tardi la chiesetta attuale a ricordo della visita e della predica di S.Bernardo ai pescatori di Garda.

 

Lettera Riccardo Bacchelli

           

Nel 1952, in occasione del V° centenario dalla fondazione della Corporazione degli Antichi Originari di Garda, Riccardo Bacchelli scrive una lettera,  all’amico Prof. Saletti, e al Parroco don Santin in cui parla a lungo dei  suoi  soggiorni a Garda   dove era ospite , col fratello  Mario, dalla famiglia Saletti.  Sentiamo:

                           

"Fra tante ragioni più elevate d'ammirazione e d'affetto per Garda, c'entra pure un peccato di gola, che si volge in riconoscenza verso i pescatori della Corporazione, per le eccellenti prede che essi fanno, con tanto industriosa passione artigiana, nelle acque del lago".

"Fatto sta che i miei ricordi, anzi le mie sensazioni gardesane, sono come intrise d'una luce di letteratura e di storia, tenue, fuggitiva, non approfondita, ma neanche sciupata, dallo studio critico ed erudito. E viene dalle nostre conversevoli passeggiate e sedute conviviali, sicchè Garda storica e letteraria, insomma, la nostra Arcadia gardesana, non mi si disfocia dal ricordo degli uccelletti e del carpione, e delle sardelle, maestrevolmente cucinati dalla Signora Gonda, e del prelibato vin di Capre o dei Mirabei".

 

I bìgoi co le sardine

Ingredienti per 4 persone: 320 g di bìgoi al torchio, 4 filetti di sardina sott’olio, 1 dl di olio extravergine di oliva del Garda, uno spicchio d’aglio.

Scolare i filetti di sardina dall’olio e tagliateli a pezzetti. In una padella, scaldate parte dell’olio extravergine di oliva aggiungete lo spicchio d’aglio tagliato a rondelle e quindi le sardine e cuocete per 10 minuti lentamente. Togliete l’aglio spegnete il fuoco e aggiungete il rimanente olio crudo. Cuocete i bìgoi in abbondante acqua salata, scolateli, metteteli in una pirofila e condite con la salsa.

 

                                     

“Entra a costituire l’ideal bagaglio della nostra Arcadia gardesana anche l’anedottica maliziosa degli amori e soggiorni di Gabriele D’Annunzio a Villa Carlotti, con le impertinenze dei barcaioli di lingua pronta e pungente, col paganesimo decadentistico dell’ “ inimitabile” e “dell’immaginifico”, colla conversione finale della “Marchesa” con le caccie a palla di fucile militare sul pianoro del “Praisel”, a terrore dei cacciatori di frodo, dei due disperati figli di Lei; e anche per farci buon sangue ridendo con le altisonanti dichiarazioni di guerra del “Comandante” all’albergatore di San Vigilio”.

 

 

Locanda San Vigilio

 

L’albergatore di S.Vigilio di cui parla il Bacchelli è il mitico Mr. Leonard Walsh  arrivato dall’Inghilterra nel 1919, per gestire la  locanda di proprietà del  conte Bortolo Guarienti, realizzando così il sogno di vivere in quel posto meraviglioso che aveva visitato la prima volta da giovanissimo, agli albori del secolo.

La famiglia Walsh diede  un tocco di signorilità alla locanda già esistente. Mr. Walsh imparò l’arte della cucina dalla moglie Emily: era lei che  preparava  i rock-cakes, dolcetti inglesi destinati a diventare i famosi sanvigilini!  

La figlia Betty    a sedici anni sfrecciava già sulla sua “Topolino” , e si esibiva sull’acqua  con il monosci di legno  in auge a quei tempi..

Personaggio eccentrico, geniale,  generoso, Leonard Walsh  aveva appeso sulla porta il motto Carpe Diem. Considerava il suo lavoro un’ arte e non un business. Ospitò molti  personaggi   illustri, dal D’Annunzio, con cui negli anni 20 ebbe dei forti contrasti  a Winston Churchill, da  Vivien Leigh a Laurence Olivier, da Diana e Duff Cooper a molte personalità e attori italiani, quali Vittorio Gassman, Renato Rascel, Mario Riva, Walter Chiari. 

 

Sull’Arena del 1930  troviamo una deliziosa descrizione di S.Vigilio e della famiglia Walsh:

…. Una locanda lieta e raccolta insieme, un po’ eremo e un po’ osteria, un po’ italiana, e un po’ nordica, signorile e casalinga, belle stoviglie, candide tovaglie, a strapiombo sul porticciolo, il lago davanti che entra da ogni finestra insieme al sole, al cielo, alle vele. Pace solenne, festoni di verde, chiome di edere sui muretti, una straduccia, che si inerpica e finisce sotto un volto, trote del lago, vin bianco di Soave, limpido rosso anche lui della terra veronese, una giovanissima miss che è qui da bambina ed è rimasta tutta inglese, tutta bionda, tutta occhi azzurri e turchini – ma questi hanno preso dal lago – tutta giglio, tutta deliziosa miniatura, delicatissima litografia a tenui colori, figlia gentile del serioso locandiere. Come possibile vivere se non qui?  

 

Leggenda dello Scoglio della Stella

 

Narra la leggenda che un nipote di Fauno, dio dei boschi, a nome Vigilio, aveva scelto come soggiorno una località stupenda del Benaco: un golfo chiuso tra un’alta rocca e un promontorio arditamente proteso sulle acque. In una roseo mattino Vigilio vide passare tre leggiadre ninfe. Da una di esse fu attratto, e della quale chiese il nome:  noi la chiamiamo Stella per il suo viso sfolgorante e per le candide forme, rispose una delle sorelle.

Vigilio rimase affascinato dalla ninfa Stella, che però rifiutava sdegnosa le sue supplicanti offerte d’amore. Dopo innumerevoli implorazioni e manifestazioni d’amore, deluso definitivamente e offeso nell’orgoglio, Vigilio sentì insorgere nell’animo rabbia, odio, disperazione.  Infine valendosi delle prerogative che gli venivano dalla sua origine divina, scongiurò gli dei che la trasformassero in fredda pietra. E così accadde. Stella scomparve nell’acqua per lasciar affiorare un piccolo scoglio bianco situato a poca distanza da Punta San Vigilio e che da allora si chiama appunto “Scoglio della Stella”.

Nei secolo seguenti transitò poi un grande santo, Vigilio, che demolì il paganesimo e suoi effimeri dei, dando il nome di Punta San Vigilio in contrapposto al nome del primitivo pagano Vigilio.

 

Il Vò

 

Il Vò è un pianoro subacqueo di circa un chilometro quadrato, che esiste in mezzo al Lago, sulla dorsale sommersa, tra punta S.Vigilio e Sirmione.

Questo pianoro è una tra le località più adatte alla cosiddetta “fregola” delle sardine, cioè alla deposizione delle uova, la grande festa nuziale di questo pesce: Ma è anche una tra le più propizie alla pesca estiva delle sardine. Quando la pesca avviene al Vò in una notte estiva, essa costituisce un avvenimento apportatore di letizia per i pescatori ma anche uno spettacolo attraente e suggestivo per il forestiero. La cosiddetta “tratta” si svolge calando le reti in circolo, attorno al branco delle sardine affioranti e stringendo sempre più il circolo fino a chiuderlo del tutto e a sollevarne il fondo. Durante questa operazione le sardine si agitano, fremono, guizzano, rilucono come frecce d’argento, finché giacciono inerti nella grande rete.  Più tardi, seguendo una vecchia e simpatica tradizione, chiamata “la sardellata”, si raduneranno attorno al “cagnolar”, tanti barchetti provvisti di fornelli e di padelle, s’accenderanno i fuochi e alla loro fiamma friggeranno nell’olio della riviera le sardine appena pesate, per essere cibo odoroso ed invitante, ovviamente innaffiato da frizzanti vini della riviera.

           

Leggenda sull’origine della Sardine nelle acque del Garda

 

In un tempo assai lontano in mezzo alle acque si stendeva un’isola deserta, molto più estesa di quelle oggi esistenti, e i primi pescatori pensarono di costruire su quell’isola un tempio in onore del dio Benaco.

Estrassero dalle cave circostanti il Lago, marmi variopinti, tolsero dalle selve i legni più pregiati e costruirono per quel nume un tempio così fastoso da fare invidia agli altri dei; abbellirono tutta l’isola con giardini sontuosi, sicché essa divenne una splendida gemma stesa nell’azzurro.

Il rito inaugurale avvenne con grande solennità, la festa si protrasse qualche giorno, tra canti, balli e offerte di sacrifici propiziatori.

Alla fine dei festeggiamenti, furono poste a custodia del tempio delle vestali scelte tra le più belle fanciulle della riviera, a cui era richiesto il voto di verginità.

I giovani pescatori che visitarono il tempo erano ammaliati dalla smagliante bellezza delle giovani fanciulle a cui lanciavano dolci serenate.

Accadde così che esse cedettero un po’ alla volta, alle lusinghe e alle insidie e scesero alle spiagge dell’isola per avere approcci amorosi con i giovani corteggiatori.

Quando il dio Benaco venne a saperlo, s’adirò profondamente per la trasgressione del voto, s’ingelosì, fece scatenare una furiosa tempesta che divenne alla fine un cataclisma che sconvolse e fece sprofondare l’isola nelle acque. Nel culmine del cataclisma il dio Benaco fece trasformare le vestali in altrettante “sardene”. 

 

Storia “I òto da Tori”

 

Questa è una resària delle più famose, tratta da una anedotto realmente accaduto, naturalmente arricchito dalla fantasia e dalla sottile vena ironica dei pescatori.

Dovete sapere che un tempo durante l’inverno i pescatori vagavano per il lago come gli zingari anche per più settimane, in cerca di sardine.

La Gegia, al secolo Crescenzia Binati, morta nel 49, proprietaria della locanda Speranza a Sirmione, dove talvolta alloggiavano i pescatori, quando vedeva i pesci a pelo d’acqua, correva a fare un telegramma a Torri, dicendo: grande parùa, batùa. Significando appunto che le sardine erano apparse e che si poteva procedere a  fare la battuta di pesca.

I nostri pescatori, in equipaggi da 8, caricavano su 2 gondole il rémat – grande rete a catino – e accompagnati dal cagnolàr, la barca d’appoggio, si dirigevano verso il basso lago.

Successe una volta che i pescatori fecero avvisare la Gègia che stavano per arrivare otto pescatori di Torri. La nostra locandiera  pensò subito ad “otto dottori”, forse a Sirmione per qualche convegno sulle acque termali.

Non vi dico l’agitazione.  Aiutata dai famigliari, preparò la casa al meglio e si dedicò alla cucina.

Ma quando a sera inoltrata arrivarono i presunto otto dottori, potete immaginare la delusione della locandiera nel vedersi capitare i soliti otto pescatori da Tori, con le grosse sgàlmare di legno ai piedi e ancora fradici d’acqua.

 

Risotto con la tinca
600 g tinca, 320 g riso, 150 g cipolla, 300 g erbesìne o coste, un bicchiere di vino bianco secco, 40 g di burro, olio extravergine d'oliva del Garda, formaggio grana grattugiato, sale, pepe, prezzemolo tritato finemente e cannella; per il brodo: acqua, sedano, carota, cipolla, gambi di prezzemolo, vino bianco e sale; eventuale: concentrato di pomodoro.

Pulite la tinca e lessatela con le verdure. Soffriggete molto lentamente a lungo la cipolla e le erbesìne tritate in abbondante olio extravergine di oliva, aggiungendo il prezzemolo in un secondo momento. Unite al soffritto parte della polpa di tinca, sale, pepe e cannella. Una volta pronto il sugo, unitevi il riso e lasciatelo insaporire. Dopo alcuni minuti aggiungete il brodo bollente e portate a cottura il riso. A cottura ultimata mantecate il risotto con burro e grana grattugiato, aggiungendo alla fine la polpa di tinca rimasta. Servite il risotto morbido, "all'onda".

 

Gli  antichi bragozzi sono ormai scomparsi dalla scena del lago. Della loro fine  Massimo Ragnolini  parla con malinconia proprio nella sua poesia

L’ultim viaio:

 

Ciao, vecio barco

En de vé

Cole vele en cros?

“Vago via

no torno pu,

el nos lago

l’è cambià:

no gh’è posto

per i veci,

el progresso

el n’à copà.

Co la forsa

dei motori tuti i cori

e i sta sentà;

pu no vedo i pescatori

che remando i torna a cà.

Per mi ormai no gh’è speransa,

la me fine la so za:

mi me vedo portar

via no da’n refol scadenà,

ma segà, taià s-ciapà,

come legna da brusar

sui careti del fornar.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 14 Luglio 2007