29 - 30 Settembre IN ARENA ROBERTO BENIGNI

Roberto Benigni Verona  

 

In 25mila in Arena hanno applaudito con convinzione le due intensissime serate dedicate alla «Divina Commedia»

Benigni, geniale folletto dantesco

Una lezione dotta e commossa preceduta dalla satira politica

di Betty Zanotelli

Verona. Se, come dice lui stesso, «la poesia non è solo nella mano di chi la scrive ma anche nell’orecchio di chi la ascolta», se «la bellezza del verso ci fa tutti poeti», allora sì, per due serate di intensità unica, Roberto Benigni (nella foto Brenzoni) dà all’Arena di Verona e ai suoi 25 mila spettatori appassionati e attenti un’identità nuova, netta, accettata, quasi reclamata, da tutti. Come se all’improvviso, la poetica più alta, che in un colpo solo azzera qualunque differenza anagrafica, sociale, politica, persino; come se quei versi di Dante di «una bellezza tale da condurre al manicomio» - così li definisce il toscanaccio terribile e incantatore che prima li chiosa passo per passo, poi li recita tutti di fila - si impadronissero dell’anfiteatro, gli dessero una scossa cui è impossibile restare insensibili.
E questo certamente grazie alla parola suprema di Alighieri, ma, almeno qui, anche e soprattutto per la capacità di un uomo-attore che ad essa dà ogni sua energia, ogni carica vitale quasi ci si trasferisse dentro e insieme la facesse uscire da sé. E così, il canto V dell’Inferno, la prima sera, e il XXXIII del Paradiso (assieme a letture del Vangelo) la seconda, arrivano al cuore di tutti perché Benigni possiede l’incredibile forza di trascinare chiunque, anche il più riottoso, anche chi ha scarsa familiarità con la poesia, anche chi di Dante conserva reminiscenze troppo angustamente scolastica.
È impossibile, lo ripetiamo, non rimanere coinvolti dall’appassionante, dotta, talora mistica, lezione (due ore ininterrotte) di quel piccolo uomo che, nel suo serioso abito scuro, saltella, cammina, percorre il palcoscenico a lunghe falcate. E infine si ferma a spiegare il senso di quelle terzine «di straordinaria bellezza», le chiarisce con perizia ma nel contempo le rende più "terrene" per così dire, esemplificandole con paragoni ironici, con situazioni attuali che, lungi dall’attenuare la forza di ciò che Dante ha espresso, al contrario, lo restituisce più amabile perché alla portata di tutti.
Per due sere Benigni commenta, spiega, fa citazioni colte per i suoi ammiratori veronesi («È un’emozione grandissima essere qui nella città in cui Dante ha scritto il Paradiso e nell’anfiteatro meglio conservato al mondo, un gioiello da cadere svenuti. Vi voglio bene») trasformandoli in una sorta di discepoli rispettosi, desiderosi di ascoltare il loro "maestro", perché sicuri di udire cose belle, mai banali, intelligenti, argute (anche quando, inizialmente, lancia i suoi puntuti strali contro la politica) e di ascoltare i versi di Dante da chi li ama di un amore infinito che lo porta, in modo visibile, a commuoversi.
Perché quando Benigni dice a memoria, tutto d’un fiato il dolcissimo e straziante canto "infernale" di Paola e Francesca (siamo nel girone dei lussuriosi), magari non lo dice con quella bravura impeccabile ma impostata dell’attore che non sbaglia una pausa o un effetto. Magari non ha una tecnica recitativa perfetta, eppure la resa è unica perché vi si sente dentro una partecipazione reale, una commozione che nulla ha di artefatto, ma che semplicemente è il riflesso di un amore (cifra dell’intera rappresentazione, del resto) che non si rivolge solo al Sommo Poeta e ai suoi versi ma, attraverso essi, si riversa, in quei momenti, anche a chi li sta ascoltando. Qualcosa di totalizzante, insomma.
Certo, il Benigni che apre una rappresentazione mirabile, destinata ancora una volta (dopo quella, sempre in Arena, del 6 settembre 1995) a restare negli annali, è completamente diverso. Appare in scena sulle inconfondibili note de La vita è bella saltella qua e là, balza a destra e a sinistra e come un bonario folletto, un giullare geniale e dolcissimo, un clown intelligente che gesticola continuamente e lancia le sue sferzanti battute contro… «dopo cinque anni di ironia sul Governo, adesso è giusto, per par condicio, prendersela con l’opposizione. Non vorrete avere nel mirino sempre gli stessi, vero?».
Ma la comparsa di quest’arguto e birbante "spiritello" la sera della "prima", il 29 settembre, sorprende tutti con un incredibile coup de théâtre: «Buon Natale, Verona. Festeggiare il Natale qui è un’emozione rara», esclama con convinzione. La sorpresa del pubblico dura una frazione di secondo, ché lui è già pronto a spiegare ciò che ha detto: «Oggi è nato lui; oggi è il suo compleanno. Compie 70 anni, lui, il nostro salvatore». Sì, l’allusione è per Silvio, l’ex premier. Berlusconi avrebbe voluto festeggiare un traguardo così significativo «proprio qui in Arena. Ma allora, ve l’immaginate? non sarebbe stata una serata tutta Dante, ma tutta... Apicella con tanto di vulcani finti e tsunami vari».
E pensare che, di solito, a 70 anni la gente desidera riposarsi anche perché magari ha qualche acciacco, qualche sindrome. Il Nostro, invece, «ha solo la Sacra Sindrome» anche perché non riesce a trovare un degno erede politico. Ma vabbè, per stavolta l’Arena, non sarà appannaggio del Cavaliere ma del divino Dante. Che però, a quanto pare, non ama molto neppure questo governo Prodi, ammicca Benigni. Allora gli ho detto: «Avessi visto quello di prima…». Almeno adesso abbiamo D’Alema ministro degli Esteri.
«Non toccatemi Massimo, per favore. Per lui ho una sorta di venerazione, come Fede per Berlusconi. E poi, ha uno stile…Per il bene dell’Italia ha rinunciato a tutto. In tanti lo avevano indicato come il politico più adatto a fare il Presidente della Camera, e invece... è passato Bertinotti. Molti allora lo avrebbero visto molto bene Presidente della Repubblica e invece... ecco Napolitano. E lui, niente, tranquillo, come se niente fosse. Però, sono sicuro che a casa sua urlava: "Bischero che sono"».
Tra un riferimento e l’altro (anche al sindaco Paolo Zanotto, all’imminente visita in città del Papa), impossibile tacere delle intercettazioni, che ormai colpiscono tutti: «Io ormai, non telefono più a nessuno. Oggi, per ordinare il pranzo al ristorante, ho inviato un piccione viaggiatore...». È il Benigni più comico, sferzante, corrosivo; eppure i suoi attacchi quand’anche arricchiti del sapido umore tsocano, mantengono sempre un non so che di grazia. È lo spiritello birichino che momentaneamente prende il sopravvento per poi cedere il passo al folletto poetico. E allora è tutta un’altra magia. Che, alla fine, il pubblico dell’Arena accoglie con applausi infiniti e alzandosi in piedi.