VECIA GARDA PESCAORA

 

Da “Come na véla” di Rosa Martini

 

Stamatina,

vegnéndo su dal lago,

ò vist en pescaor…,

stivaloni de goma,

giàca a vent,

berét de pél

ena bèsola de pés.

G’ò cavà i stivaloni

e g’ò més i calsèti gròsi

e i sòcui,

la giàca a vent

l’ò cambia

co’ la mantelìna,

el berét de pél

co’ ‘n pasamontàgna vèc’

e so’ torna endrio

quànde séra picenìna.

 

Erano quelli di cui parla  Rosa Martini i pescatori che  il 14 luglio del 1942  facevano nascere la Cooperativa fra Pescatori di Garda,  fondata grazie alla volontà e all'impegno di 26 Soci:

            Crescini Agostino "Damo"                   Monese Antonio"Aldi"

            Dall'Agnola Antonio"Marciòr"             Monese Filippo“Nello”

            Dall’Agnola Luigi"Marciòr"                 Monese Giuseppe"Tognàra"

            Dall’Agnola Marcello"Baratieri"           Monese Luigi“Gione

            Fasoli Angelo"Pastorelo"                     Monese Luigi“Marchesoo

            Maffezzoli Adamo"Bionda"                 Monese Luigi “Mòro

            Maffezzoli Alfredo"Straciàri"               Monese Luigi “Peschèt

            Maffezzoli Ettore"Tarabèl"                   Monese Luigi-"Balòta"

            Malfer Francesco“Ponta                    Monese Mario-"Magnàri"

            Malfer Giuseppe"Micàna"                   Monese Stefano "Bigiòti"

            Malfer Luigi"Cici"                                Salier Marcello

            Malfer Umberto"Meneghì"                   Simonelli Achille “Mericà

            Monese Aleardo“Leardo”                   Zampieri Michele-"Frìco"

 

La costituzione di una Società Cooperativa,  per quegli anni fu un grande evento, che portò un certo benessere al paese, come ci racconta Pino Crescini:

 

 “Nata una cooperativa e godendo i pescatori di facilitazioni, ciascuno può acquistare le reti per suo conto. Non più la dittatura o lo sfruttamento dei negozianti, anche perché la società cooperativa provvede da sé alla vendita del pesce. Nelle tasche dei pescatori  comincia a girare qualche palanca, le famiglie respirano, qualche ragazzetto la mattina può prendere il trenino e andare a scuola a Caprino o a Verona.  Le osterie si fanno meno affollate e berciose, si diradano le risse che in anni precedenti spopolavano in un attimo l’alveare di via Spagna.”

 

Prima della Cooperativa, la vendita del pescato era infatti in mano ai negosiànti, associati nella peschereccia.  L’ ittiologo  Foreste Malfer riporta che nel 1897 il principale centro peschereccio del lago era Garda, con 200 addetti e 90 barche. Nel 1906 i pescatori gardesani erano 164, nel 1926 erano 184. Erano persone povere, ma fiere, concentrate dentro le antiche mura, separate  dagli abitanti del Borgo e dell’entroterra.  I ragazzi iniziavano a salire in barca come coci (mozzi) già a 9/10 anni, per imparare a remare.

 

Racconta il Crescini che: “Il porto di Garda allora era piccolo, accucciato sotto le bifore del Palazzo dei Capitani. Lo abitavano nere gondole piane dalle alte prore e panciuti barconi a due alberi; lo animavano i tonfi degli zoccoli di pescatori impigriti dalla fame, scricchi di remo, schiocchi di vela, ciacole di vecchi intabarrati, raccolti nei cantucci alla piòra.

 

“Ai primi di maggio, la Presidenza della Corporazione Antichi  Originari bandiva le aste per l’aggiudicazione delle fittanze del Vo, della Prée, delle Erbe e delle Rive. Da qualcuno era posto un tavolino nello spiazzo davanti alle vecchie scuole e subito all’intorno si stringevano i pescatori del borgo. Più discosta la fila delle donne ansiose, coi figlioletti alle sottane o in seno. Era giunto il giorno più importante dell’anno. In quelle ore si sarebbe decisa la sorte di un’estate, il grande periodo della pesca, finito il quale si arrivava alla grande festa di San Bernardo, che seguiva il 20 di agosto.

 

La mattina, sotto i porteghéti, il presidente della Corporazione distribuiva ai consoci il gruzzoletto dei “beni comuni”, pomposamente assiso dietro un tavolino della Véla, ancor chiazzato dei cerchi grumosi dei gotti. Alle sue spalle, impassibile, il “tubatore”.   

Intendiamoci, le palanche non erano molte, ma potevano bastare a turar qualche falla a bottega. Ce ne restava di solito anche per combinare una bella merenda il pomeriggio, quando, dopo la messa ascoltata il mattino, si sarebbe risaliti per la stradina bianca al piede della Rocca per le funzioni solenni.

Poi ci si sparpagliava  nel bosco che scende a sfiorare la chiesa, si stendevano sull’erba fra i roveri le grandi tovaglie candide, si vuotavano le sporte: pàm e salàm, ovi duri, fogàse, bòse de trebianèl, pàste casaline che le senteva ‘m boca.”

 

Rosa Martini parla con nostalgia di quel  tempo perduto  nelle sue poesie: El taolì de l’incànto e Na òlta”.

 

 

Alcuni  della cooperativa avevano fatto parte  della “Macedonia” una  compagnia di giovanotti  dalle  belle voci intonate, molti bravi a cantare e a suonare:  c’erano Baìla, Straciàri, Tarabèl, Mariàno, Ponta, Sìndico, Balòta, Bràndo Vanséti, Gnòso, Benèlo e Rigoléto.  Dopo il lavoro erano soliti andare da chi li chiamava a cantare, per esempio a San Vigilio  sulla piazzetta davanti la chiesa. Racconta el Gnòso che una volta dei signori che stavano nella locanda gestita da Mr. Walsh, dopo averli ascoltati, esclamarono: Questi sono veramente felici!

 

Il numero massimo di Soci della Cooperativa  fu di 70 pescatori, nel 1952. Ed è la Cooperativa degli anni 50 che fa parte del  rarefatto mondo dei ricordi d’infanzia di una  bambina che alla  Cooperativa andava con il papà, a rifornirsi di trote e carpioni per gli ospiti dell’albergo che la sua famiglia gestiva.

 

Per  entrare nel cortile dove era posta allora, bisognava oltrepassare il cancello che dava sulla strada di fronte al  lungolago, dove sorgono adesso pizzerie e ristoranti. Quell’ambiente l’affascinava e l’intimoriva un pochino. Le bilance poste sugli alti  banconi, i pescatori indaffarati tra le cassette  di pesce erano per lei un mondo tutto da esplorare. Solo le anguille ancora guizzanti non la convincevano molto e forse per questa ragione i piatti a base di quel pesce, cucinati così bene anche dal nonno a San Vigilio, che la marinava nel gin,  non l’attirarono mai molto.

Tornando a casa, cercava di darsi da fare anche lei, con le forbici, anzi le sisore, a incidere le pance dei pesci per svuotarli dalle interiora e prepararli così per la cottura, come vedeva fare dalle ragazze in cucina. Si ricorda che la mamma li preparava  con una squisita maionese, e li serviva, su piatti d’argento guarniti di fettine di limone e di quel prezzemolo ricciolino piantato  apposta nell’orto,  a clienti deliziati di tanta prelibatezza.

Sulla destra entrando c’era l’ufficio della  Pinetta, sempre cordiale e sorridente , seduta al suo tavolo  sommerso di biglietti e di carte! Dei pescatori si ricorda dell’ Alfredo, quel Stracciari dal berretto blu, che cantava così bene,  e poi di tanti altri,  un po’ confusi questi nel ricordo…..    

 

Negli anni sessanta invece, un sensibile calo del pescato, costrinse i più giovani a dedicarsi ad altri lavori; nel 1968 infatti gli iscritti alle liste della Cooperativa scesero a  25.

Crescini racconta di un incontro fatto sul porto con l’amico Ettore:

 

Alora, come vàla sul lago?”

 

“Sémpre dura ògni di che pàsa: d’inverno a ‘ngiasàrse i ongéti a désmaciar quàtro àole, per du-tri mile franchi ; d’istà se védi quatro schei, ma a sangue e gola da la matina de alba fima séra fàta. No se pol miga. E quande ti te monte ‘n barchét a le trie de nòt te vede i àltri che i va ‘n lèt, dopo èser sté ‘n camporeèla co le olandése. El Brùno l’è da ‘n poch che l’è ‘n de ‘na fabbrica de scarpe. Ci sa…fòrsi ghe vàgo anca mi!”

 

Oggi, è composta da diciassette uomini, tutti esclusivamente di Garda. Il più giovane ha 27 anni, il più vecchio 75.  La mattina si alzano presto, molto presto, verso le 3 per andare a “tirar su i , sperando che di pesce ce ne sia.  Oggi  la Cooperativa è in ripresa: il lago è ritornato pescoso, le tecniche di pesca si sono via via sempre più semplificate e, inoltre, l’utilizzo di nuove tecnologie (che aiutano ad esempio il recupero delle reti in modo meccanico e più veloce) ha consentito il raggiungimento di un buon livello di produttività.

Per poter capire meglio il mondo dei pescatori di Garda sentiamo cosa dice un membro della Cooperativa  in una recente intervista .

 

Ciao Stefano, te podarèse dirme, quand’ l’é che te è enscomensià a far el pescaòr?
                       

Ho scomensià nel’ottantasìnque, quande gh’eva vintidù ani. Séra soven, èva ‘pena petà  scòla, me sèra fat’ en par de stagioni de laòro saltuario. Dopo , siccome gh’eva la barca, me so iscritto ala cooperativa, per far ‘sto laòro.

 

Come è scomensià a far al pescaòr?
                       

L’era inverno, frett. Ho scomensià da par mi…ogni tant qualcheduni el me dasevana dritta, en consiglio..ma i era i véci che mi scoltava: l’è stàscoltando lòri che ho emparà ‘sto mistier chi. Ho scomensià che no saeva propi gnent’. Ma a dirla tutta i pescatori del dì de ancò i è molto giutè dala tecnologia. Per dirte:na olta, per savernde le era le zone del pès, bisognava ciapar i riferimenti a terra e l'era dificile. Adess’ se usa el gps, così en du secondi te sé sa dove te ghè de nàr.

 

L’è pescoso el lac' ?

                       

Sì, l’è pescoso. Anca perché ghè stàna bona semena del pès nei ani scorsi e inoltre , pessi come el persico e come el lavarel’ ,  i sa’ riprodotti en modo sorprendente chi nel lac’ . Purtrop’ le aole i è scomparse, no ne peschem . Comunque noaltri, peschèm quèl che i ‘ne domanda:se mi g’ho n’ordine de sento chili, so che envese de vintisinque (che le me frutta molto de de dosento chili) ghe ne butto sol che dièse, en modo che se la va mal, no bùto mia via el pès en . Na olta envese, se pescava el posibile e quèl che vansava el diventava mangime per le trute de alevamento. Se pol dir che ancò peschèm logica.

 

Dìme Stefano, a che ora te lève su de matina?
           

Dipende: se l’è istà, siccome gh’è da tirar su i , me svéio ale du, in modo da tornar a tera prima de l’alba. Se envese l’è inverno, vègno so dal lèt tardi, a le sinque..anca perché ghè en fret bèc’!

Quanto durala la sornà laorativa del pescaòr?
                       

Dipende anca lì: se ghè el lac’ calmo, e no gh’è vent, alora se pol tornar a en quatro-sinque ore. Se envese, gh’è onda, vent, opure al posto dei te gh’è i ami, alora te pòde tornar a anca pos magnà.

Te  fàso l’ultima che dopo vedo che te ghè da far: dime el brut e anca el bèl de ‘sto laòro.
                       

Alora.. scomensiem’ dal brut. El brut i è ‘i orari, che te oblìga a nàr en lèt abastansa prèsto. Dopo gh’è le intemperie:el lago l’è molto pericoloso se gh’è onda, de en pescaòr l’ha ris’cià la pél e de uno ‘no l’è tornà da la dòna. Ma oltre al ris’cio del laoro, gh’è anca quel del mercato: la domanda de pès de mare, l’è molto alta che ‘no fa de quel de lago.

 

E el bèl?

                       

El bel l’è che el pescaornol gh’à miga paròni: grassie ala cooperativa ‘no sem miga dipendenti….e questo l’è sicuramente un vantaggio. E dopo de bel gh’è el lago, la natura , i colori.

Penso che sia un più che valido motivo

                       

Sì, dal boo..

 

 

Le Barche
Essenziale nel mondo dei pescatori è la Barca,  fedele compagna nella buona e nella cattiva sorte, in cui si finiva con l’identificarsi. Un tempo la tipica barca da pesca era la gondola dal fondo piatto  che facilitava la pesca con le grandi reti, e la cui propulsione era garantita dai remi e dalla vela trapezoidale, la cosiddetta véla gardesàna. Le gondole vennero poi soppiantate dai canòti, di legno prima e di vetroresina poi, di più facile manutenzione.  Le vecchie gondole infatti dovevano essere ritirate ogni anno sulla spiaggia per essere calatafate con pece e catrame.

Rosa Martini e Pino Crescini ricordano le barche nelle poesie Come na véla e Trema na véla

 

 

Sul porto la mattina

 

Che cosa portavano a casa la mattina i pescatori sulle loro piccole barche a motore?

Primo fra tutti, il carpione , le cui  dimensioni raramente superano i 40 centimetri ed il chilogrammo di peso, è un salmonide che vive solo qui. In passato questo pesce veniva conservato fritto  e dopo essere stato spruzzato d’aceto e avvolto in foglie d’alloro, prendeva la strade delle varie città italiane, arrivando anche nelle Fiandre e alla corte del sultano di Istanbul.  Dalla fine del 800 cominciò ad essere esportato fresco, ricoperto di ghiaccio.

 

Già nel 1764 l’imperatore d’Austria Giuseppe II  che si trovava a Innsbruck, volle raggiungere il Garda per assistere alla pesca, per la quale erano impiegate due imbarcazioni con sei uomini ai remi per ciascuna. Questa tecnica non è più in uso da tempo, anche perché oggi i carpioni, sempre più rari, si pescano in piccole quantità e in periodi dell’anno ben definiti: dal 1° febbraio al 20 giugno e, con migliori risultati, dal 20 agosto a novembre.

 

Prima di Giuseppe  II,  nel lontano 1489, é l’imperatore Federico III ad arrivare da Venezia  accompagnato dagli ambasciatori veneti, i quali  lo portarono a visitare tutto il lago e soprattutto - dicono le cronache d’epoca - ad assistere alla pesca del «salmo carpio» che già allora richiamava sulle sponde del Garda estimatori e buongustai.

 

La leggenda racconta che un giorno il dio Saturno giunse presso le acque del Benaco. Stanco di peregrinare, chiese a dei pescatori il transito sull'isola che sorgeva in mezzo al lago per riposarsi. Questi dapprima acconsentirono, ma quando furono in acqua, minacciarono di annegare il dio se non avesse consegnato la borsa d'oro che teneva con sé. "Siate maledetti!" - sbottò irato Saturno colpito da tanta avidità, "Avrete l'oro che tanto acceca il vostro spirito, ma lo cercherete sul fondo del lago e sarà in eterno il cibo di cui vi pascerete".

 

Pronunciata la minaccia, il più malvagìo di loro, un omaccio di nome Carpio, si vide spuntar le pinne, allungare la bocca, ingrossare gli occhi. Trasformato di punto in bianco in pesce, non trovò di meglio che rifugiarsi in acqua, subito seguito dai compagni che lo avevano imitato nella metamorfosi. Fu così che ebbero origine i carpioni, dal nome del loro capo Carpio, e tuttora si dice che si cibino di arene d'oro che avidamente cercano sul fondo del Garda.

 

Per cucinarlo ecco le ricette tradizionali dei pescatori gardesani:

 

Pulire il carpione, salare all’interno e metterlo sulla graticola, senza aggiungere alcun sapore o spezia. Passarlo delicatamente di tanto in tanto con olio, utilizzando una penna di gallina. Servire condito con olio extravergine di oliva crudo, oppure

 

Bollire  una pentola d’acqua salata con una cipolla,  una carota,  del sedano, qualche fetta di limone, qualche foglia di alloro, alcuni rametti di prezzemolo, pepe in grani un bicchiere di vino bianco per circa un quarto d’ora. Immergervi il carpione e lessarlo. Terminata la cottura disporre  il carpione diliscato in un piatto di portata e servirlo ben caldo,  condito con olio extravergine di oliva.

 

Dopo il carpione, ecco la trota, "regina del Garda" come la definiva Floreste Malfer,  nel suo libro Il Benaco, opera questa fondamentale per la conoscenza naturalistica del lago. Nel lago sono presenti tre diverse trote: la lacustre, la fario e l'iridea.

La “lacustre” è indigena e si riproduce; le altre due dipendono dalle immissioni effettuate a scopo di ripopolamento e il loro corpo, dopo una lunga permanenza nel lago, non presenta caratteristiche particolari che ne consentano la distinzione dalla lacustre. La presenza di macchie sulla pinna caudale rivela però l'iridea. Il dorso verde azzurro, talvolta bruno e i fianchi argentei presentano numerose macchiette nere ed irregolari, alcune delle quali a forma di X. Il ventre è bianco.

La forma lacustre è in grado di superare anche i 15 chili, le altre due trote raggiungono pesi e taglie inferiori. Carnivore e predatrici, le trote del Garda si nutrono dapprima di invertebrati poi di avvannotti e piccoli pesci. Le carni sono veramente eccellenti, saporitissime soprattutto quelle degli esemplari già di una certa dimensione. Sode e prive di spine, bianche o rosa per un'alimentazione a base di crostacei, sono, al di là della divisione in specie, una delizia per il palato.

 

Ricetta della trota marinata: una trota salmonata di 1 Kg circa - sale e pepe -  3  limoni - olio extravergine di oliva - rucola.  Ricavare dalla trota i filetti e metterli in una pirofila. Insaporirli con sale e pepe macinato al momento, bagnare con il succo dei limoni e ricoprire completamente con l’olio di oliva. Lasciare macerare per 24 ore in luogo fresco. Servire  a fettine sottili con rucola e crostini di pane caldi.

Poi si pesca il lavarello, altro salmonide su cui  oggi la pesca professionale s'affida . Un tempo si confidava invece sulla sarda lacustre, per secoli il "pesce provvidenza" che consentiva a intere famiglie di tirare avanti..

 

L'anguilla la si fa ai ferri, oppure “EN SGUASSET” con la polenta abbrustolita..

Soffriggere nell’olio extravergine di oliva le verdure tritate ed aggiungere l’anguilla pulita e tagliata a tranci, già rosolata a parte. Spruzzare con il vino bianco, salare e pepare, unire la salsa di pomodoro e i piselli. Cuocere e colorire alla fine con un battuto di prezzemolo fresco.

 

L'alborella (l'àola) è un pesce piccolo, adatto alla frittura. C'è ancora chi la conserva in salamoia per condirci i bìgoli al torchio. Essiccata, la si usa per il sisàm, ricetta d'origine medievale: àole secche, tanta cipolla, aceto abbondante.

 

 

I Piatti storici della cucina del Garda

 

Le aole salé.

«Il quantitativo annuo di fregola- scriveva nel ’27 Floreste Malfer a proposito dell’alborella- si aggira attorno alla media di mille quintali. Parte di questo prodotto viene venduto fresco nei paesi vicini, a Verona, a Brescia e nel Trentino. Il resto viene posto in salamoia e passa poi sotto il nome di àole salé, alborelle salate». Quella della conservazione delle alborelle in salamoia (le aole salé) era dunque una sorta di modestissima industria gardesana del passato, che consentiva di creare delle scorte alimentari per le giornate più grame. Osserva ancora Malfer: «La confezione delle aole salé è molto semplice, antichissima e primitiva».

Pino Crescini descrive così il paese nella stagione dell’essiccazione delle aole:

 “Nel giugno e nel luglio della Garda di allora il paese era invaso da distese di arele, allineate lungo i moli, sulle rive, nelle vie, in ogni angolo dove battesse il sole. Ogni famiglia ne aveva una ricca dotazione che, al tempo della frega, emergeva dalla polvere dei solai e dall’umidore dei loghi bàsi. Si procedeva, al bisogno, ad una sommaria riparazione dei guasti prodotti dai topi e poi si sciorinavano al sole, poggiandole su due cavalletti a circa un metro da terra.  Su di esse erano disposte – ciascuna separata dall’altra, le àole catturate alla riva nella nottata precedente.  

E’ un ricordo lontano per me l’allineamento delle arèle nello slargo di fronte alle scuole elementari, davanti all’ortaglia di Pincini, chiusa allora da alti muri, e il moltiplicarsi bianco-gialliccio di migliaia e migliaia di pesceti, che s’arcuavano nella gran luce, alzando le piccole code trasparenti.

 

 

Le reti

Mentre anticamente le reti erano fatte  di lino e di canapa, agli inizi del 900 si iniziò ad usare il filato di cotone.  Di canapa era la birba , costruita dai più esperti in famiglia durante l’inverno, usando l’usèla (ago di legno o di ferro) e il muèl, piccolo rocchio, che dava la misura della maglia, come ci descrive il Crescini

 

“Le lunghissime reti da tratta, stese come immensi lenzuoli color buccia di castagna sul candore delle spiagge, erano bruni stradoni che alle due estremità, fissati alle pale di tre remi piantati per terra e congiungentisi in alto come i bastoni che sovrastano il fuoco di un bivacco, sembravano impennarsi e perdersi nel cielo.

Sopra di essi i pescatori rannicchiati o seduti a gambe larghe, movevano sveltamente l’usèla a chiudere gli sbreghi, o provvedevano a grandi rattoppi della sàca e dei galoni, lisi per gli strusci sui fondali.

Più vicino al paese, tra le case e le ortaglie e la spiaggia, lungo i filari dei platani, allora giovani, venivano stesi stramàci scaroline spigonsole in ordini doppi, o tripli, o quadrupli, appendendoli a chiodi piantati nei tronchi.

Quando le reti tornavano al loro posto, sulle barche, dalle corde tese fra gli stessi chiodi sventolavano le lenzuola e le camicie, appena risciacquate nell’acqua chiara dalle donne chine sulle barèle. Tutto ancora odorava di lésia. Vi era stata versata sopra attraverso il filtro d’una tela, dopo che era stata fatta bollire all’aperto, mista a foglie di violor, nel paiolo colmo di cenere, sotto cui le donne avevano acceso un fuoco di trucioli e ritagli di legno, sottratti allo scalafrào.

Dal largo queste bandiere candidissime sembravano riempire e profumare l’aria e redimere il grigio delle povere case, mentre i bimbi, scomparendovi e riapparendovi, vi dipanavano il filo delle loro rincorse.”

 

La parola

 

“A quel tempo, dove oggi c’è lo slargo del lungolago appena dopo il porto verso i Giardinetti, occupato da ristoranti e bar, c’erano i magazzini dei Dòri, negozianti di pesce. Essi, di fronte al Fontech che dava riparo a gondole e a reti, possedevano una parola, che, insieme a quella della Béta-bèla, provvedeva alle frequenti lésie e coloritura di reti.

 

Molto spesso i pescatori facevano pulizia, perché allora, fra remàti, rematini, birbe, ciàre, oraroi, tencàri e striare, si potevano contare decine di reti da tratta che, ogni tanto, abbisognavano d’una pulitina dal muschio, dal fango, dalle squame, dalle pane e dalle mèrde-de-lùna.

La parola era un recipiente enorme, alto più d’uomo, murato entro quattro pareti di mattoni che sul colmo formava uno stretto camminamento, da cui i pescatori compievano le operazioni  di quel gran bucato.  Uno dei lati era aperto nel basso, così che il vuoto tra il fondo della parola e il suolo serviva da forno e i pescatori vi lanciavano , avvampanti, intere fascine di legna grossa, che si tagliavano nei boschi di Albisano e qualcuno  vendeva in paese, per arrotodare i magri guadagni.

Se s’era d’inverno, accorrevano a gara in quel punto le donne, per riempire gli scaldaletti di rosse brage, e quando l’ultima si era dileguata, i pescatori raccoglievano con scrupolo dalla caverna la cenere per il prossimo bucato.

Alle lésie si alternava el color, che si dava ogni stagione alle grandi reti marrone: ciàre, birbe, rematini, arconi e arioplàni, per accrescerne la resistenza all’usura. Medesime le operazioni, ma si adoperavano ingredienti diversi e duravano più a lungo, circa otto ore”.

 “Era quella la Garda in cui si gioiva di un bicchier di vino, di un canto corale, di una rete colma, del vento che gonfiva la vela e risparmiava la fatica del remo, di una partita a briscola all’osteria, del lampo di un ricordo che accendeva  gli occhi. E c’era la inconsapevole felicità di vivere in un ambiente rasserenante: gli spazi erano senza confini; i silenzi, altissimi; la solitudine, stimolatrice di pensieri; la notte, il nero delle sponde distinto appena da qualche lume; le acque, azzurre e chiare; i grumi di case, tranquilli nel verde; e l’uomo c’era dentro, li viveva…..

Nelle parole e nelle note di Na séra né ciàra né bruna, il pescatore non sentiva nulla della fatica e delle delusioni della pesca, ma tutto della dolcezza del buio, delle luci notturne, dell’amore per il lago e per la sua donna. Cresceva una Garda mitica, non vera storicamente, ma sì emotivamente, in un’altra dimensione dello spirito.

Di questa realtà, ricca di ombre e di luci, non è rimasto praticamente nulla. E nulla c’è da recriminare, perché quel che è accaduto era fatale che accadesse….ce ne resta solo la nostalgia.”

 

E  finiamo ricordando la Garda del tempo che fu, disegnata da Mario Pasotti, e raccontata da  Pino Crescini nella sua poesia Gàrda la cànta ‘l so cor.

 

 

                 

Claire Sargint

Luglio 2008