Il Grande Teatro 2007/2008

IL GRANDE TEATRO.IMPEGNATIVO E COINVOLGENTE L’ALLESTIMENTO DE «LA PAROLA AI GIURATI» CHE TOCCA UNA TEMATICA DI ENORME PORTATA
Processo alla pena di morte
Matura ed efficace prova di Alessandro Gassman affiancato da undici validi interpreti

Il titolo originario americano, Twelve angry man, (Dodici uomini arrabbiati) dice molto di più della banale traduzione italiana La parola ai giurati che, nella sua piattezza, si limita a definire una situazione evitando di connotarla in alcun modo e anzi azzerando qualunque sentimento che essa sottenda. All’opposto, il testo (un dramma televisivo) che Reginald Rose scrisse nel 1954 in un’America assoggettata ai dettami del senatore Joseph McCarthy, è ricco di passione; di più, è il potente affresco sulle sfumature dell’anima umana. Delusioni, illusioni, furore, spirito di rivincita, pregiudizi, rancore e tanto altro ancora ne costituiscono il "cuore", quello che avvolge e insieme caratterizza una problematica appassionante e complessa qual è la pena di morte.
Ora, nell’impegnativo, claustrofobico e intenso allestimento - che ha debuttato l’altra sera al Nuovo, per Il Grande Teatro tra un pubblico visibilmente molto partecipe - di cui Alessandro Gassman è maturo e convincente interprete (al fianco di una valida compagnia) e regista, la natura umana fatta di pulsioni interiori e nutrita di atteggiamenti esterni, che mal celano il reale sentire di ciascuno è protagonista assoluta. Il compito che una dozzina di uomini di età, provenienza, ceto, lingua, credo differenti ha davanti a sé è, del resto, di vitale importanza: ciascuno di loro, con il suo personale quotidiano fardello di tormenti e fatiche, di frustrazioni e compromessi, deve decidere il destino di un ragazzo ispano-americano accusato d’aver ammazzato il padre con un coltello. Una dozzina di essere umani é contro, o per, un altro essere umano: un ruolo e una responsabilità gravosissime per la coscienza di chiunque.
A prima vista e secondo la maggior parte dei giurati, gli indizi sono tutti, e inequivocabilmente, contro il giovane: c’è solo un uomo (Gassman, appunto) che non se la sente di condannare a priori, senza essere riuscito a scardinare ogni singolo, ragionevole, dubbio. Chiusi, come imprigionati in una stanza grigia dominata da grandi finestre, nella quale si apre ogni tanto lo squarcio su un bagno "sporco" perché destinato a divenire luogo di sotterranei accordi e oscure trame, a poco a poco ogni giurato prende posizione dando vita a una sorta di processo al processo che svela quella ragnatela di egoismi, opportunismi, pregiudizi che alberga in ciascuno di loro.
Su tutti incombe quel freddo "mostro" di costruzioni che è New York, con lo sferragliare di rotaie, i bagliori, i rumori e gli straniamenti di tutti i giorni mentre un orologio, presenza oppressiva ed eterna, corre verso il mattino, la sera e ancora di nuovo verso l’alba, il tramonto...
Il tema è estremamente serio; di conseguenza, lo spettacolo (patrocinato da Amnesty International) è rigoroso, aspro e impone riflessioni ineludibili. Che Gassman regista suggerisce incalzando il pubblico con un continuo confronto-scontro dialettico ed etico che prende forma sul palcoscenico con toni spesso spietati, violenti, crudi, realistici tout court. Gassman attore colpisce per la naturalezza, la misura, la caparbietà con cui si cala nei panni del giurato più "possibilista": una prova molto efficace. Al suo fianco, 11 attori che contribuiscono all’unisono alla riuscita di uno spettacolo che tocca il cuore: Massimo Lello, Giacomo Rosselli, Manrico Gammarota (a lui applausi particolarmente calorosi) Giulio Janni, Matteo Taranto, Emanule Basso, Nanni Candelari, Sergio Meogrossi, Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Emanuele Salce

Betty Zanotelli

 

IL GRANDE TEATRO. DA DOMANI SERA A DOMENICA POMERIGGIO L’ARTISTA FIORENTINO PROPONE IL SUO RECITAL
Poli voce a sei «penne» del Novecento
Da Irene Brin a Camilla Cederna a Natalia Aspesi: in scena le testimonianze di agguerrite giornaliste
Settimo appuntamento - da domani a domenica - con Il Grande Teatro: in scena Sei brillanti-giornaliste Novecento di e con Paolo Poli dove i sei brillanti del titolo sono i sei monologhi con cui, attraverso i testi di altrettante "adorabili penne" del secolo scorso, Poli disegna una caricatura sferzante e ineccepibile del ’900. Maria Volpi Nannipieri in arte Mura, Paola Masino, Irene Brin, Camilla Cederna, Natalia Aspesi ed Elena Gianini Belotti (autrici di brevi racconti pubblicati dagli anni ’20 agli anni ’80) sono le voci che l’artista ha scelto di incastonare nelle scenografie di Emanuele Luzzati condendo il tutto con canzonette d’epoca proposte con particolari registri vocali o in quel falsetto di cui Poli è maestro.
Ma l’irrinunciabile priorità del “divertirsi divertendo”, quel suo bizzarro ammiccare dell’avanspettacolo, trovano un solido contraltare nel tema della morte. Tema che affiora sottovoce, quasi a sottolineare che il più prezioso “brillante” che possediamo è proprio la vita e che quindi, come sostiene Paolo Poli, l’unica cosa degna di essere presa seriamente è proprio la leggerezza. Lo spettacolo dunque, oltre a far ridere, fa anche pensare attraverso una variegata “scorribanda” tra i colori, le musiche, le follie, le miserie e gli umori di un secolo che Poli racconta senza risparmiare i suoi frizzi un po’ chic, la sua satira divertita e sempre elegante, la sua verve, la sua grazia intelligente e il suo straordinario talento.
Un Novecento che ha come punto di partenza le cronache letterarie di sei giornaliste.
«A cominciare», spiega Poli, «da quella Maria Volpi Nannipieri che "negli anni '20, nelle sue Perfidie, parlava di amori saffici in un'epoca in cui Mussolini avrebbe avuto parecchio da ridire sul tema. E poi Paola Masino: negli anni che precipitavano verso la crisi economica del '29 ebbe il coraggio di lanciare, sul settimanale Omnibus di Longanesi, il grido di un’inchiesta dal titolo Fame».
«Un articolo», continua l’artista toscano, «che provocò più di un mal di pancia alla maggioranza rispettabile che non si curava del prossimo
. Poi arrivò Irene Brin, storica firma di Omnibus, e la poveretta si dovette inventare la "contessa Clara" per raccontare la società dell’epoca attraverso la moda. Ma era una mente brillantissima. E poi, ancora, Camilla Cederna, un’altra giornalista coraggiosissima (come lo sono in genere tutte le donne) di cui ho scelto, erano gli anni della Dama Bianca e di Coppi, Il lato debole. Per raccontare l’attualità ho invece preso due firme assai lontane tra loro, Natalia Aspesi ed Elena Gianini Belotti, entrambe mie care amiche».
In scena (accanto a Paolo Poli che è anche regista dello spettacolo) Luca Altavilla, Alberto Gamberini, Alfonso De Filippis e Giovanni Siniscalco.
Di Jacqueline Perrotin gli arrangiamenti musicali e di Santuzza Calì i costumi,.

 

 

IL GRANDE TEATRO. AL NUOVO IL CAPOLAVORO DI GOETHE IN UN PREGEVOLE E SONTUOSO ALLESTIMENTO DOVE I PROTAGONISTI FANNO A GARA DI BRAVURA
Faust e Mefisto, lotta tra giganti
Glauco Mauri e Roberto Sturno si scambiano i ruoli regalando ai personaggi sfumature diverse
Faust di Goethe, un capolavoro in prosa e versi la cui riduzione e adattamento è un’impresa titanica. Pienamente riuscita, però, nel caso dell’allestimento proposto al Nuovo - per Il Grande Teatro - da Glauco Mauri e da Roberto Sturno (in un’ennesima gara di bravura tra loro, sottolineata anche dal fatto che qui si scambiano i ruoli) accolto al debutto dagli entusiasti applausi di un pubblico coinvolto.
Impossibile, del resto, non lasciarsi catturare dal fascino cupo, un po’ barocco che avvolge una sorta di favola noir cui nulla manca di quegli artifici e di quei lampi di magia che la vicenda richiede e che trovano totale rispondenza nel sontuoso, geometrico apparato scenografico di Mauro Carosi in grado di trasformare lo spettacolo in un vero e proprio inno alla teatralità. Elementi, questi, che aggiungono ulteriore spinta propulsiva a una narrazione di estrema tensione, basata su una regia che non ha cedimenti, che fa scorrere in un’atmosfera dark (si sta pur sempre parlando del diavolo...) gli eventi, le "maschere", le apparizioni fantasmagoriche che impregnano un universo fatto di dimensione onirica, di colori accesi, di nebbie, di effetti speciali di fortissimo impatto.
In un simile scenario, prendono forma e vigore le vicende dello scienziato Faust, cui le certezze della sua sapienza, gli angusti confini della sua pur vasta conoscenza non bastano più. Egli vuol andare oltre i confini che Dio ha posto all’uomo; può riuscirci solo stabilendo un patto con Mesfistofele, il diavolo, dal quale riceverà in dote non solo la gioventù ma anche l’agognata possibilità di penetrare gli arcani del mondo. A quale prezzo? La perdita dell’anima che, dunque, al momento della morte, diverrà proprietà del demonio e sarà, quindi, dannata.
Da questo momento in poi, si assiste alla progressiva discesa agli inferi di un Faust, dapprima gagliardo per la riscoperta dell’amore grazie alla dolce Margherita che per lui si macchierà di colpe terribili, poi sempre più proteso a nuove conquiste, braccato da un’inesauribile brama di potenza. Quella che lo porta a immergersi nell’antichità classica, nel regno delle Madri, alla ricerca incessante dell’essenza stessa dell’uomo. A ben vedere, infatti, è proprio la parabola del genere umano nei suoi cicli storici, quella tratteggiata qui da Goethe; una parabola in cui vengono evocati il mito (Elena e Paride), le leggendarie figure d’amore (Filemone e Bauci) o in cui si scatena l’allegra giostra dei pagliacci, servitori di un grottesco Imperatore. Eppure «quelgirotondo di pazzi che è il mondo» viene qui costruito in modo mirabile in un’atmosfera di diabolico incantesimo che alla fine restituisce all’anima di un Faust che ha riscoperto l’amore e la solidarietà, l’inatteso approdo in paradiso.
Mefisto e Faust, si diceva: pur scambiandosi, Mauri e Sturno, i ruoli, il risultato non cambia. Sono, semmai, le sfumature dei rispettivi personaggi a differenziarsi. Così, se Mauri è un Faust già vecchio, come piegato dagli eventi, dolente eppure ancora volitivo, Sturno è il suo alter ego ringiovanito e più agguerrito e al quale proprio l’impulso dell’età conferisce irrequietezza e voglia di osare. Allo stesso modo, il Mefisto di Mauri è più sornione, meno impetuoso, si vorrebbe quasi dire più riflessivo del suo giovane omologo che invece primeggia per ironia, ambiguità, crudele malvagità. Una prova magistrale, per entrambi, nei duplici ruoli. Li affianca una compagnia solida e preparata in cui Cristina Arnone (Margherita-Elena) si ritaglia giustamente un posto tutto suo.

 

Si torna (29 gennaio-3 febbraio) al teatro contemporaneo con La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, spettacolo che viene ripreso a dieci anni dalla prima edizione. Ne sono protagonisti Mariella Lo Giudice e Luciano Virgilio.

Dopo il grande successo del romanzo che ha per sfondo la torbida nobiltà siciliana di fine ’700, la stessa autrice scrisse la sceneggiatura teatrale, messa poi in scena dal Teatro Stabile di Catania sotto la direzione di Lamberto Puggelli. Anche la versione teatrale fu un grande successo e ottenne nel 1992 il Premio AGIS Taormina Arte e il Premio IDI per la miglior regia. Cinque anni dopo, nel '97, ne esce anche una versione cinematografica diretta da Roberto Faenza e con la sceneggiatura della stessa Maraini. Tra gli interpreti Laura Morante, Philippe Noiret, Bernard Giraudeau, Emmanuelle Laborit, Laura Betti, Roberto Herlitzka e Fabrizio Bentivoglio.
Il successo avuto a suo tempo dalla «Lunga vita di Marianna Ucria» sia in campo teatrale che cinematografico ha indotto lo Stabile di Catania a rimetterlo in scena 15 anni dopo il suo primo, fortunato debutto. A firmare la regia è sempre Lamberto Puggelli che dopo essersi diplomato all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, è passato presto alla regia, la sua autentica vocazione. La vicenda della «Lunga vita di Marianna Ucria» inizia con lo stupro che la duchessina Marianna subisce da bambina. Il trauma la renderà muta per il resto della sua vita facendole nel contempo rimuovere sia la violenza subita sia l'identità del suo violentatore. Andata sposa suo malgrado (a poco più di quattordici anni) al duca Pietro che le è «ostico e estraneo», ne ha quattro figli, tre femmine e un maschio, della cui educazione si prenderà cura con amorosa dedizione.
Solo in età ormai matura, dopo la morte del marito, quando i figli sono ormai grandi, verrà a sapere che l'uomo che ha sposato è stato il suo violentatore e la causa della sua infermità. Col passare degli anni la duchessa Ucria affinerà da sola la propria cultura emancipandosi dalla società che ha circoscritto la sua esistenza. E dopo avere rinunciato al sincero amore del pretore Camaleo che le ha fatto riscoprire la sua femminilità, andrà via da quella Sicilia che tanto le ha dato, ma che ancor più le ha tolto.
Per esigenze sceniche nell'edizione teatrale la Maraini ha sdoppiato (rispetto al romanzo) la figura della protagonista «ora giovane che osserva se stessa invecchiata, ora anziana che rivolge lo sguardo sbalordito a una se stessa infantile e persa».
Lo spettacolo, coinvolgente e intenso, resta fedele al testo originario grazie al gioco di prospettiva creato dalla stessa Maraini attraverso lo sdoppiamento del personaggio di Marianna, sdoppiamento che permette, come sostiene la stessa autrice, di «riferire il pensiero della protagonista che è parte integrante del tessuto narrativo». Tre le Marianne in scena: Mariella Lo Giudice (Marianna adulta), Elena Sbardella (Marianna giovane) e Giorgia Torrisi (Marianna bambina). Il padre tanto amato che «le insegna a ridere guardando il mondo», è Luciano Virgilio, la madre, che consuma nell'assenzio la sua infelice nostalgia d'amore, è Ester Anzalone mentre nonna Giuseppa è Antonietta Carbonetti.
La trista figura del marito-zio è interpretata da Pietro Bontempo e l'abate Carlo Ucria, che le rivelerà chi è, in realtà, il padre dei suoi figli, è Marcello Perracchio.

 

Il primo spettacolo del 2008 (15-20 gennaio) è dedicato a Goldoni: in scena La famiglia dell’antiquario con Eros Pagni e Virgilio Zernitz primattori e l’importante griffe registica dello spagnolo Lluis Pasqual.

IL GRANDE TEATRO. PIACEVOLE L’ALLESTIMENTO DELLA COMMEDIA DI CARLO GOLDONI

Una spassosa «Famiglia»di Betty Zanotelli

La vecchia nobiltà, poggiata sui privilegi di casta e sulla strenua difesa d’essi, che non accetta l’affermarsi di una borghesia fatta di sana concretezza. La contessa Isabella in là con gli anni, sprezzante della moglie del figlio perché la giovane è di nascita "plebea", essendo Doralice l’erede del sanguigno Pantalone, assennato mercante, con i piedi per terra e di ruspante saggezza. A lui si contrappone il conte Anselmo, suo perfetto contraltare; un signorotto con la testa tra le nuvole, divorato dalla febbre per le anticaglie di cui non riconosce l’autenticità e che, proprio per questo, lo conducono alla rovina.
Ne La famiglia dell'antiquario di Carlo Goldoni che ha debuttato l’altra sera al Nuovo (per Il Grande Teatro) tra gli applausi di un pubblico divertito, tanti sono i dualismi di icastica evidenza, ma uno - quello tra le principali figure femminili - prevalente; e non è un caso che lo stesso autore ponesse, come sottotitolo, a questa sua commedia del 1750, La suocera e la nuora.
I contrasti di classe, dunque, si sposano con il gioco delle finzioni e delle burle (negli intrighi di Arlecchini e di Colombina) e con la spassosa girandola dei cicisbei, ridicoli e rammolliti servitori delle due donne: ancora una volta Goldoni tratteggia con bravura il "suo" mondo. Un’abilità che non lo esime dal sottolinearne pregi e difetti e soprattutto dall’inserirlo in una precisa cornice sociale: il progressivo decadere di una nobiltà arroccata su posizioni di potenza che si sfaldano di giorno in giorno, e il prepotente emergere di una borghesia, ritenuta volgare solo perché si alimenta del potere derivante dal denaro.
Motivi questi che, nel piacevole e curato allestimento del Teatro Stabile del Veneto e dello Stabile di Genova, hanno due elementi fortemente connotanti e di indubbia forza: la regia di Lluis Pasqual e l’interpretazione di due ineccepibili protagonisti: Virgilio Zernitz ed Eros Pagni, perfettamente calati nelle rispettive parti. Il primo è un nobilotto - il conte Anselmo - che si esprime, in italiano, con una proprietà di linguaggio che rasenta l’affettazione; un uomo che si è isolato in un universo tutto suo per difendersi dalle acrimonie familiari; un sognatore, cocciuto nella sua puerile e rovinosa natura. Aspetti, questi, che Zernitz sottolinea con precisione, rigore e naturalezza, assieme.
Gli si contrappone Pantalone, il mercante borghese che parla in veneziano; il maschio tutto d’un pezzo, solido, senza tanti grilli per la testa, che ha il solo obbiettivo di salvare la baracca dalla rovina finanziaria e degli affetti. Pagni  vi si immerge totalmente, conferendo al personaggio lucidità e "ruspante" avvedutezza che ti conquistano. Ben tratteggiati i ruoli femminili, uniti dalla medesima superbia e dal desiderio - supportato da differente ragioni - di non cedere il passo alla rivale: a suo agio Anita Bartolucci quale perfida contessa; abile anche Gaia Aprea, la giovane e caparbia Doralice in cui, tuttavia, i toni volutamente "urlati", appaiono talora eccessivi. Convincenti anche i "cicisbei" assai ben caratterizzati da Paolo Serra (il dandy Cavaliere del bosco) e da Enzo Turrin (un dottor Anselmi); l’agguerrita Colombina di Nunzia Greco così come sono godibili gli artifici di Brighella (Piergiorgio Fasolo) e Arlecchino Giovanni Calò) e l’inetto Giacinto (Aldo Ottobrino) figlio del conte.
La compagnia, insomma, procede con passo sicuro per le due ore e un quarto di uno spettacolo senza soluzione di continuità. Ma è il tocco di Pasqual che conferisce impronta particolare a un Goldoni che, alla fin fine, non è così diverso dal solito. Il regista catalano toglie alla storia una specifica collocazione temporale per inglobarle invece tante altre. I vari momenti della vicenda sono scanditi mediante la rotazione di siparietti mobili che, ogni volta, corrispondono a un avanzamento del tempo. Ecco allora, che allo scenario tipico dell’epoca se ne sovrappongono, di volta in volta, altri. Così, l’era di Goldoni cede il passo ai secoli successivi, con relative musiche e abbigliamenti, fino ad arrivare ai giorni nostri, con uno dei cicisbei con tanto di telefonino, a testimonianza di come l’animo umano, oggi come ieri, sia in fondo sempre lo stesso.
A quest’ azzeccata soluzione scenica si accompagna un’indubbia maestria nel dirigere gli attori: è come se Pasqual prendesse le misura a ciascuno di essi, decretandone con assoluta precisione entrata e uscita di scena.

 

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”

 

Battuta emblematica della drammatica Vita di Galilei, di Bertold Brecht, rappresentata al Teatro Nuovo di Verona dal 20 al 25 novembre. Talvolta sarcastico, altre volte commovente, Franco Branciaroli  , per  la regia di Antonio Calenda , ha coinvolto  con la storia della vita dello scienziato pisano, raccontandone l'invenzione del cannocchiale, la scoperta dei pianeti di Giove, la prima condanna del Sant'Uffizio, e la vecchiaia  trascorsa dopo la seconda e definitiva condanna dei grandi Inquisitori in seguito alle sue teorie.  Ricordiamo che nel 1633 fu riconosciuto colpevole di «aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il Sole non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo». Solo in tempi recenti (nel 1992 ci fu  una istruttoria voluta da papa Paolo Giovanni II) fu riconosciuto anche dalla Chiesa che tali teorie erano legittime!

Sotto il suggestivo scenario di  un grande cielo stellato si è così assistito alla storia del grande genio del 1600 rimasto sempre uomo e come tale amante dei piaceri della vita,  e disposto all’abiura, dapprima per poter continuare a lavorare, poi semplicemente per paura del dolore fisico. 

Galileo tentò di dimostrare le teorie copernicane con l’aiuto del  figlio della sua governante, Andrea, che lo seguì fino alla fine della sua esistenza e a cui venne lasciato il compito di salvare le sue ricerche.

Applauditi tutti gli attori (ha brillato l’Andrea Sarti ragazzino), che hanno recitato in costume, mentre Franco Branciroli ha impersonato il grande toscano indossando  giacca e pantaloni,  proprio alla  Brecht.

Claire Sargint – 26.11.2007

 

 

Marco Paolini, classe 1956, che torna in teatro dopo Il sergente, adattamento del romanzo di Mario Rigoni Stern Il sergente della neve. Attivo fin dagli anni Settanta, si è affermato presso il grande pubblico con il suo teatro civile, in cui ha saputo raccontare con lucidità e completezza di informazione alcuni inquietanti fatti di cronaca italiana, spesso ancora avvolti nel mistero (su tutti Il racconto del Vajont e I-TIGI Racconto per Ustica).

I Mercanti di Liquore sono in tre: Lorenzo Monguzzi (voce e chitarra acustica); Piero Mucilli (fisarmonica); Simone Spreafico (chitarra classica flamencata). Hanno un personalissimo approccio alla canzone d’autore, arricchito da composizioni proprie a metà tra le suggestioni delle melodie popolari e una ritmica prepotente e moderna.

 Chi non ha il senso dell'orientamento rischia di smarrirsi facilmente, e sovente lo fa. Io lo so bene, perché ne sono sprovvisto. Una persona smarrita la si riconosce subito, in mezzo alla strada. La si vede dagli occhi che ha, che disperatamente cercano qualcuno che dica “Noi siamo qui”, puntando il dito su una cartina. Chi non ha il senso dell'orientamento non riesce e mettere insieme le cose. Tende a ragionare per frammenti topografici, e così facendo si costruisce geografie ridotte, piccoli spazi di manovra. Fuoriuscito dalla propria zona, poi, non è più in grado di spostarsi in autonomia. Chi ha la visione d'insieme, viceversa, è in una posizione di potere, nei confronti del disorientato. Mantenere il disorientato nel suo disorientamento dà la garanzia di tenerlo in pugno. Non a caso, il sequestratore mantiene il suo ostaggio bendato fino al covo in cui lo terrà recluso. Solo allora gli libera lo sguardo, sapendo che dalla porzione di spazio che occupa non riuscirà mai a risalire alla propria posizione nel mondo. Costruire micromappe del contemporaneo, raccontare per minuscoli frammenti, serve a tenere le persone con un'autonomia di pochi metri, con la corda lunga quel tanto che basta a dare l'impressione di potersi muovere. Ecco allora che provare a mettere insieme i frammenti, tentare di disegnare mappe complessive è un po' come volersi levar via la benda dagli occhi prima di trovarsi murati sotto terra. Mi piace pensare che abbiamo provato a mettere insieme frammenti di Miseria per vedere che effetto ci facevano, per vedere che mondo disegnavano. Per provare a puntare il dito e dire “Noi siamo qui”, da qualche parte sulla mappa. Il procedimento è stato semplice: abbiamo creato dei cortocircuiti tra discorsi troppo spesso tenuti separati. Così abbiamo messo insieme Margaret Thatcher e Khomeini, lo sciopero dei minatori gallesi nello Yorkshire e la “Marcia dei colletti bianchi” della Fiat, i lavoratori precari di oggi e quelli ipergarantiti di una volta. Così abbiamo deciso di raccontare in uno stesso spazio narrativo la dittatura del marketing, l'imperativo della tecnologia a tutti i costi, la coazione al consumo, l'abbattimento dello stato sociale, quella febbricitante euforia acritica che ci prende tutti, di fronte all'abbondanza. E ancora: la crisi del 1929 e la new economy, le nuove superstizioni e lo smantellamento del vecchio bagaglio illuminista, il mercato e la sua arrogante libertà. Al tempo stesso abbiamo visto qual era il precipitato, di tutto questo: gli scarti, i caduti per via, i lasciati per terra nella marcia trionfale verso il liberismo, verso il “nuovo ordine mondiale”. Quello che ci siamo trovati davanti, in questo tentativo di riposizionamento, non è nient'altro che una nuova forma di ideologia. Come non ci fossero altre strade possibili, come se tutto questo non fosse altro che un destino. Come se non ci fossero responsabilità. Messe insieme tutte le tessere, quella che ne è venuta fuori è una mappa. E per chi è abituato a smarrirsi, è l'unico punto di riferimento possibile. Questa mappa è certo incompleta, parziale, ma è una mappa su cui ci siamo disegnati anche noi. Per farlo abbiamo dovuto chiedere aiuto, fare delle domande, come si fa sempre quando ci si perde. Alcune domande le abbiamo fatte, idealmente, a Margaret Thatcher. Ci è sembrato che lei quella strada la conoscesse bene, per averla battuta prima di altri. Alla fine forse non ci siamo riusciti, a dire “Noi siamo qui”. Però un po' di cose che ci stavano intorno, quelle le abbiamo viste davvero.

Andrea Bajani _ gennaio '07

 

Dal 26 febbraio al 2 marzo andrà in scena Sei brillanti di e con Paolo Poli, uno spettacolo al femminile dove l’attore, autore e regista prende spunto dagli scritti di sei giornaliste del ’900. Dal 4 al 9 marzo, infine, sarà Alessandro Gassman, in veste anche di regista, a chiudere la stagione con La parola ai giurati di Reginald Rose che servì da sceneggiatura per l’omonimo film di Sidney Lumet (1957) con Henry Fonda. Il dramma porta alla luce i pregiudizi e le false certezze che caratterizzano il comportamento dei giurati.
                                              

                   29 – 30 settembre 2006

       Roberto Benigni Verona 

      clicca Roberto Benigni in ARENA

 

 

 

 

 

FILRMONICO 2006/2007

 

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Fondazione Arena. Cinque opere (due e le sorprese così come alcuni degli esecutori più qualificati del momento. C’è da aspettarsi, dunque, una serie di eventi di rilievo che non solo andranno ad alzare il tasso artistico del Filarmonico, per buona parte dell’anno ritenuto spesso una Cenerentola, ma anche a soddisfare i palati più esigenti del pubblico. Cinque opere (di cui due in forma di concerto) e tre balletti in cartellone non sono poca cosa, soprattutto pensando alla nuovissima produzione dell’Anna Bolena di Donizetti, con il debutto, come protagonista, di uno dei soprani italiani di indiscusso talento: la ligure Mariella Devia. Si tratta di una cantante di fama internazionale, interprete acclamata nei maggiori teatri e istituzioni musicali del mondo. Anna Bolena avrà la preziosa regia di Graham Vick, uno dei più quotati ed ingegnosi ideatori d’opera degli ultimi tempi, mentre scene e costumi porteranno la firma di Paul Brown. Faranno da cornice alla Devia altri noti cantanti tra cui il basso Michele Pertusi (Enrico VIII); il promettente giovane tenore Francesco Meli (lord Riccardo Percy); Elena Belfiore (Smeton); Marco Spotti (lord Rocheford); Marina Domashenko (Giovanna Seymour) e Cristiano Olivieri (sir Harvey).
Un altro nuovo allestimento previsto è quello de La Sonnambula di Bellini con regia, scene e costumi di Hugo De Ana, che ritorna dopo l’eccezionale Tosca areniana ed i Racconti di Hofmann, rimasti nella storia del Filarmonico. Anche in questo caso è attesa un’apprezzata protagonista degli ultimi anni: il soprano Eva Mei (Amina). Accanto a lei si alterneranno due famosi bassi, oltre a Pertusi, anche il trevigiano Giovanni Furlanetto (conte Rodolfo) e i due tenori Antonino Siragusa e Mario Zeffiri nel ruolo di Elvino. Dirigerà l’esperto Patrik Fournillier, più volte ammirato in Italia per le prove alla Scala, all’Opera di Roma, al Comunale di Bologna e per la direzione musicale (dal 1998 al 2000) dell’Orchestra Sinfonica dell’Emilia Romagna "Arturo Toscanini".
A completare il cartellone lirico, il Macbeth verdiano nella coproduzione tra l’Arena ed il Teatro Regio di Parma, con regia di Liliana Cavani e con scene di Dante Feretti (due nomi che non hanno bisogno di presentazione), costumi di Alberto Verso e coreografia di Amedeo Amodio. Il grande protagonista dell’opera sarà Leo Nucci (Macbeth), con Raffaella Angeletti (lady Macbeth), Giorgio Surian (Banco) e Roberto Aronica (Macduff). Due sorprese sono costituite dalla versione in forma di concerto della tragedia lirica La voix humaine di Poulenc e della Jolanta di Ciajkowski. Della prima, non è ancora noto il nome dell’unica interprete, ma la celebre partitura sarà diretta dal talentuoso austriaco Anton Stefan Reck, più volte assistente di Claudio Abbado e vincitore nel 1985 sia del primo concorso internazionale "Arturo Toscanini" che del "Gino Marinuzzi". Per la seconda, il celebre direttore Vladimir Fedossev guiderà una compagnia di cantanti russi nella quale spiccano la Jolanta di Irina Lungu, la Marthe di Larissa Savchenko, il René di Benno Schollum ed il Robert di Andrei Grigoriev.
Anche il calendario della danza si prospetta interessante con la riproposizione, al Filarmonico, de La bottega fantastica su musiche di Rossini-Respighi e di Drowning by number su quelle di Michael Nyman, nella coreografia del giovane Matteo Levaggi, con la scenografia visuale di Luca Scarzella e i costumi di Anna Biagiotti.
Interpreti principali saranno Alessia Gelmetti, Amaya Ugarteche, Giovanni Patti e Antonio Russo. L’orchestra areniana sarà diretta da Kevin Rhodes. Nuovo invece l’allestimento della Cenerentola di Prokofiev nella coreografia di Maria Grazia Garofoli. Si tratta di un’opera di grande impegno musicale oltre che uno dei migliori esempi contemporanei di balletto, per la cui guida si è ricorsi - dopo l’efficiente prova da lui fornita in Arena con Cavalleria rusticana e Pagliacci - alla provata capacità del bulgaro Julian Kovatchev. È previsto infine, un allestimento della Fondazione nazionale della danza Atertballetto di Reggio Emilia che, per la coreografia di Amedeo Amodio, le scene di Mario Ceroli ed i costumi di Luisa Spinatelli, proporrà un balletto sulle musiche della Sinfonia drammatica Romeo e Giulietta di Berlioz. Ne saranno interpreti principali Roberto Bolle, Letizia Giuliani e Ma Cong. Dirigerà l’orchestra areniana ancora Kevin Rhodes.
Fino ad esaurimento delle disponibilità è possibile sottoscrivere nuovi abbonamenti alle stagioni sinfonica, lirca e di balletto della Fondazione Arena.
Gianni Villani