Il Grande Teatro 2007/2008
IL GRANDE TEATRO.IMPEGNATIVO
E COINVOLGENTE L’ALLESTIMENTO DE «
Processo alla pena di morte
Matura ed efficace prova di
Alessandro Gassman affiancato da undici validi
interpreti
Il titolo originario americano, Twelve angry man, (Dodici uomini arrabbiati) dice molto di più
della banale traduzione italiana La parola ai giurati che, nella sua piattezza,
si limita a definire una situazione evitando di connotarla in alcun modo e anzi
azzerando qualunque sentimento che essa sottenda. All’opposto, il testo (un
dramma televisivo) che Reginald Rose scrisse nel
Ora, nell’impegnativo, claustrofobico e intenso
allestimento - che ha debuttato l’altra sera al Nuovo, per Il Grande Teatro tra
un pubblico visibilmente molto partecipe - di cui Alessandro Gassman è maturo e convincente interprete (al fianco di una
valida compagnia) e regista, la natura umana fatta di pulsioni interiori e
nutrita di atteggiamenti esterni, che mal celano il
reale sentire di ciascuno è protagonista assoluta. Il compito che una dozzina di uomini di età, provenienza, ceto, lingua, credo
differenti ha davanti a sé è, del resto, di vitale importanza: ciascuno di
loro, con il suo personale quotidiano fardello di tormenti e fatiche, di
frustrazioni e compromessi, deve decidere il destino di un ragazzo
ispano-americano accusato d’aver ammazzato il padre con un coltello. Una
dozzina di essere umani é contro, o per, un altro
essere umano: un ruolo e una responsabilità gravosissime per la coscienza di
chiunque.
A prima vista e secondo la maggior parte dei giurati, gli indizi sono tutti, e
inequivocabilmente, contro il giovane: c’è solo un uomo (Gassman,
appunto) che non se la sente di condannare a priori, senza essere riuscito a
scardinare ogni singolo, ragionevole, dubbio. Chiusi, come imprigionati in una
stanza grigia dominata da grandi finestre, nella quale si apre ogni tanto lo
squarcio su un bagno "sporco" perché destinato a divenire luogo di
sotterranei accordi e oscure trame, a poco a poco ogni giurato prende posizione dando vita a una sorta di processo al
processo che svela quella ragnatela di egoismi, opportunismi, pregiudizi che
alberga in ciascuno di loro.
Su tutti incombe quel freddo "mostro" di costruzioni che è New York, con lo sferragliare di rotaie, i bagliori, i
rumori e gli straniamenti di tutti i giorni mentre un
orologio, presenza oppressiva ed eterna, corre verso il mattino, la sera e
ancora di nuovo verso l’alba, il tramonto...
Il tema è estremamente serio; di conseguenza, lo spettacolo (patrocinato da Amnesty International) è
rigoroso, aspro e impone riflessioni ineludibili. Che Gassman regista suggerisce incalzando
il pubblico con un continuo confronto-scontro dialettico ed etico che prende
forma sul palcoscenico con toni spesso spietati, violenti, crudi, realistici
tout court. Gassman attore colpisce per la
naturalezza, la misura, la caparbietà con cui si cala
nei panni del giurato più "possibilista": una prova molto efficace.
Al suo fianco, 11 attori che contribuiscono all’unisono alla riuscita di uno
spettacolo che tocca il cuore: Massimo Lello, Giacomo Rosselli,
Manrico Gammarota (a lui applausi particolarmente
calorosi) Giulio Janni, Matteo Taranto, Emanule
Basso, Nanni Candelari, Sergio Meogrossi,
Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Emanuele Salce
Betty
Zanotelli
IL GRANDE TEATRO. DA DOMANI SERA A
DOMENICA POMERIGGIO L’ARTISTA FIORENTINO PROPONE IL SUO RECITAL
Poli dà
voce a sei «penne» del Novecento
Da Irene Brin
a Camilla Cederna a Natalia Aspesi:
in scena le testimonianze di agguerrite giornaliste
Settimo appuntamento - da domani a
domenica - con Il Grande Teatro: in scena Sei brillanti-giornaliste Novecento
di e con Paolo Poli dove i sei brillanti del titolo sono i sei monologhi con
cui, attraverso i testi di altrettante "adorabili penne" del secolo
scorso, Poli disegna una caricatura sferzante e ineccepibile del ’900. Maria Volpi Nannipieri in arte
Mura, Paola Masino, Irene Brin, Camilla Cederna, Natalia Aspesi ed Elena Gianini Belotti (autrici di brevi
racconti pubblicati dagli anni ’20 agli anni ’80) sono le voci che l’artista ha
scelto di incastonare nelle scenografie di Emanuele Luzzati condendo il tutto con canzonette d’epoca proposte
con particolari registri vocali o in quel falsetto di cui Poli è maestro.
Ma l’irrinunciabile priorità del “divertirsi
divertendo”, quel suo bizzarro ammiccare dell’avanspettacolo, trovano un solido
contraltare nel tema della morte. Tema che affiora sottovoce, quasi a sottolineare che il più prezioso
“brillante” che possediamo è proprio la vita e che quindi, come sostiene Paolo
Poli, l’unica cosa degna di essere presa seriamente è proprio la leggerezza. Lo
spettacolo dunque, oltre a far ridere, fa anche
pensare attraverso una variegata “scorribanda” tra i colori, le musiche, le
follie, le miserie e gli umori di un secolo che Poli racconta senza risparmiare
i suoi frizzi un po’ chic, la sua satira divertita e sempre elegante, la sua
verve, la sua grazia intelligente e il suo straordinario talento.
Un Novecento che ha come punto di partenza le cronache
letterarie di sei giornaliste.
«A cominciare», spiega Poli, «da quella Maria
Volpi Nannipieri che "negli anni '20,
nelle sue Perfidie, parlava di amori saffici in un'epoca in cui Mussolini avrebbe avuto parecchio da ridire sul tema. E poi
Paola Masino: negli anni che precipitavano verso la crisi economica del '29 ebbe il coraggio di lanciare, sul settimanale Omnibus di Longanesi, il grido di un’inchiesta dal titolo Fame».
«Un articolo», continua l’artista toscano, «che provocò più di un mal di pancia
alla maggioranza rispettabile che non si curava del prossimo. Poi arrivò
Irene Brin, storica firma di Omnibus,
e la poveretta si dovette inventare la "contessa Clara" per
raccontare la società dell’epoca attraverso la moda. Ma
era una mente brillantissima. E poi, ancora, Camilla Cederna,
un’altra giornalista coraggiosissima (come lo sono in genere
tutte le donne) di cui ho scelto, erano gli anni della Dama Bianca e di
Coppi, Il lato debole. Per raccontare l’attualità ho invece preso due firme
assai lontane tra loro, Natalia Aspesi ed Elena Gianini Belotti, entrambe mie
care amiche».
In scena (accanto a Paolo Poli che è anche regista dello spettacolo) Luca
Altavilla, Alberto Gamberini, Alfonso De Filippis e Giovanni Siniscalco.
Di Jacqueline Perrotin gli
arrangiamenti musicali e di Santuzza Calì i costumi,.
IL GRANDE TEATRO. AL NUOVO IL CAPOLAVORO DI GOETHE IN UN
PREGEVOLE E SONTUOSO ALLESTIMENTO DOVE I PROTAGONISTI FANNO A GARA DI BRAVURA
Faust e Mefisto,
lotta tra giganti
Glauco Mauri
e Roberto Sturno si scambiano
i ruoli regalando ai personaggi sfumature diverse
Faust di Goethe, un
capolavoro in prosa e versi la cui riduzione e adattamento è un’impresa
titanica. Pienamente riuscita, però, nel caso dell’allestimento proposto al
Nuovo - per Il Grande Teatro - da Glauco Mauri e da
Roberto Sturno (in un’ennesima gara di bravura tra
loro, sottolineata anche dal fatto che qui si scambiano i ruoli) accolto al
debutto dagli entusiasti applausi di un pubblico coinvolto.
Impossibile, del resto, non lasciarsi catturare dal fascino
cupo, un po’ barocco che avvolge una sorta di favola noir cui nulla manca di
quegli artifici e di quei lampi di magia che la vicenda richiede e che trovano
totale rispondenza nel sontuoso, geometrico apparato scenografico di Mauro Carosi in grado di trasformare lo spettacolo in un vero e
proprio inno alla teatralità. Elementi, questi, che aggiungono ulteriore spinta propulsiva a una narrazione di estrema
tensione, basata su una regia che non ha cedimenti, che fa scorrere in
un’atmosfera dark (si sta pur sempre parlando del diavolo...) gli eventi, le
"maschere", le apparizioni fantasmagoriche che impregnano un universo
fatto di dimensione onirica, di colori accesi, di nebbie, di effetti speciali
di fortissimo impatto.
In un simile scenario, prendono forma e vigore le vicende dello scienziato Faust, cui le certezze della sua sapienza, gli angusti
confini della sua pur vasta conoscenza non bastano più. Egli vuol andare oltre
i confini che Dio ha posto all’uomo; può riuscirci solo stabilendo un patto con
Mesfistofele, il diavolo, dal quale riceverà in dote non solo la gioventù ma anche l’agognata possibilità
di penetrare gli arcani del mondo. A quale prezzo? La perdita dell’anima che,
dunque, al momento della morte, diverrà proprietà del demonio e sarà, quindi,
dannata.
Da questo momento in poi, si assiste alla progressiva discesa
agli inferi di un Faust, dapprima gagliardo per la
riscoperta dell’amore grazie alla dolce Margherita che per lui si macchierà di
colpe terribili, poi sempre più proteso a nuove conquiste, braccato da
un’inesauribile brama di potenza. Quella che lo porta a
immergersi nell’antichità classica, nel regno delle Madri, alla ricerca
incessante dell’essenza stessa dell’uomo. A ben vedere, infatti, è proprio la
parabola del genere umano nei suoi cicli storici, quella tratteggiata qui da Goethe; una parabola in cui vengono
evocati il mito (Elena e Paride), le leggendarie figure d’amore (Filemone e Bauci) o in cui si scatena l’allegra giostra dei pagliacci,
servitori di un grottesco Imperatore. Eppure «quelgirotondo
di pazzi che è il mondo» viene qui costruito in modo
mirabile in un’atmosfera di diabolico incantesimo che alla fine restituisce
all’anima di un Faust che ha riscoperto l’amore e la
solidarietà, l’inatteso approdo in paradiso.
Mefisto e Faust, si diceva:
pur scambiandosi, Mauri e Sturno,
i ruoli, il risultato non cambia. Sono, semmai, le sfumature dei rispettivi
personaggi a differenziarsi. Così, se Mauri è un Faust già vecchio, come piegato dagli eventi, dolente eppure
ancora volitivo, Sturno è il suo alter ego
ringiovanito e più agguerrito e al quale proprio l’impulso dell’età conferisce
irrequietezza e voglia di osare. Allo stesso modo, il Mefisto
di Mauri è più sornione, meno impetuoso, si vorrebbe quasi dire più riflessivo del suo giovane omologo
che invece primeggia per ironia, ambiguità, crudele malvagità. Una prova
magistrale, per entrambi, nei duplici ruoli. Li affianca una compagnia solida e
preparata in cui Cristina Arnone (Margherita-Elena)
si ritaglia giustamente un posto tutto suo.
Si torna (29 gennaio-3 febbraio) al teatro contemporaneo con La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, spettacolo che viene ripreso a dieci anni dalla prima edizione. Ne sono protagonisti Mariella Lo Giudice e Luciano Virgilio.
Dopo il grande
successo del romanzo che ha per sfondo la torbida nobiltà siciliana di fine
’700, la stessa autrice scrisse la sceneggiatura teatrale, messa poi in scena
dal Teatro Stabile di Catania sotto la direzione di Lamberto Puggelli. Anche la versione teatrale fu un grande successo e ottenne nel 1992 il Premio AGIS Taormina
Arte e il Premio IDI per la miglior regia. Cinque anni dopo, nel '97, ne esce anche una versione cinematografica diretta da
Roberto Faenza e con la sceneggiatura della stessa Maraini.
Tra gli interpreti Laura Morante, Philippe
Noiret, Bernard Giraudeau, Emmanuelle Laborit, Laura Betti, Roberto Herlitzka
e Fabrizio Bentivoglio.
Il successo avuto a suo tempo dalla «Lunga vita di Marianna Ucria»
sia in campo teatrale che cinematografico ha indotto lo Stabile di Catania a
rimetterlo in scena 15 anni dopo il suo primo, fortunato debutto. A firmare la
regia è sempre Lamberto Puggelli che dopo essersi
diplomato all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, è passato presto alla regia,
la sua autentica vocazione. La vicenda della «Lunga vita di Marianna Ucria» inizia con lo stupro che la duchessina Marianna
subisce da bambina. Il trauma la renderà muta per il resto della sua vita
facendole nel contempo rimuovere sia la violenza subita
sia l'identità del suo violentatore. Andata sposa suo malgrado (a poco più di
quattordici anni) al duca Pietro che le è «ostico e
estraneo», ne ha quattro figli, tre femmine e un maschio, della cui educazione
si prenderà cura con amorosa dedizione.
Solo in età ormai matura, dopo la morte del marito, quando i figli sono ormai
grandi, verrà a sapere che l'uomo che ha sposato è stato il suo violentatore e
la causa della sua infermità. Col passare degli anni
la duchessa Ucria affinerà da sola la propria cultura
emancipandosi dalla società che ha circoscritto la sua esistenza. E dopo avere rinunciato al sincero amore del pretore Camaleo che le ha fatto riscoprire la sua femminilità,
andrà via da quella Sicilia che tanto le ha dato, ma che ancor più le ha tolto.
Per esigenze sceniche nell'edizione teatrale
Lo spettacolo, coinvolgente e intenso, resta fedele al
testo originario grazie al gioco di prospettiva creato dalla stessa Maraini attraverso lo sdoppiamento del personaggio di
Marianna, sdoppiamento che permette, come sostiene la stessa autrice, di «riferire
il pensiero della protagonista che è parte integrante del tessuto narrativo».
Tre le Marianne in scena: Mariella Lo
Giudice (Marianna adulta), Elena Sbardella (Marianna
giovane) e Giorgia Torrisi (Marianna bambina). Il
padre tanto amato che «le insegna a ridere guardando
il mondo», è Luciano Virgilio, la madre, che consuma nell'assenzio la sua
infelice nostalgia d'amore, è Ester Anzalone mentre
nonna Giuseppa è Antonietta Carbonetti.
La trista figura del marito-zio è interpretata da Pietro Bontempo
e l'abate Carlo Ucria, che le rivelerà chi è, in
realtà, il padre dei suoi figli, è Marcello Perracchio.
Il primo spettacolo del 2008 (15-20 gennaio) è dedicato a Goldoni: in scena La famiglia dell’antiquario con Eros Pagni e Virgilio Zernitz primattori e l’importante griffe registica dello spagnolo Lluis Pasqual.
IL GRANDE TEATRO. PIACEVOLE
L’ALLESTIMENTO DELLA COMMEDIA DI CARLO GOLDONI
Una spassosa «Famiglia»di Betty Zanotelli
La
vecchia nobiltà, poggiata sui privilegi di casta e sulla strenua difesa d’essi, che non accetta l’affermarsi di una borghesia fatta di
sana concretezza. La contessa Isabella in là con gli anni,
sprezzante della moglie del figlio perché la giovane è di nascita
"plebea", essendo Doralice l’erede del sanguigno Pantalone, assennato
mercante, con i piedi per terra e di ruspante saggezza. A lui si
contrappone il conte Anselmo, suo perfetto contraltare;
un signorotto con la testa tra le nuvole, divorato dalla febbre per le
anticaglie di cui non riconosce l’autenticità e che, proprio per questo, lo
conducono alla rovina.
Ne La famiglia dell'antiquario di Carlo Goldoni che ha debuttato l’altra sera al Nuovo (per Il
Grande Teatro) tra gli applausi di un pubblico divertito, tanti sono i dualismi
di icastica evidenza, ma uno - quello tra le principali figure femminili -
prevalente; e non è un caso che lo stesso autore ponesse, come sottotitolo, a
questa sua commedia del 1750, La suocera e la nuora.
I contrasti di classe, dunque, si sposano con il gioco delle finzioni e delle
burle (negli intrighi di Arlecchini e di Colombina) e
con la spassosa girandola dei cicisbei, ridicoli e rammolliti servitori delle
due donne: ancora una volta Goldoni tratteggia con
bravura il "suo" mondo. Un’abilità che non lo esime dal sottolinearne pregi e difetti e soprattutto dall’inserirlo
in una precisa cornice sociale: il progressivo decadere di una nobiltà
arroccata su posizioni di potenza che si sfaldano di giorno in giorno, e il
prepotente emergere di una borghesia, ritenuta volgare solo perché si alimenta
del potere derivante dal denaro.
Motivi questi che, nel piacevole e curato allestimento del Teatro Stabile del
Veneto e dello Stabile di Genova, hanno due elementi fortemente
connotanti e di indubbia forza: la regia di Lluis Pasqual e l’interpretazione di due ineccepibili
protagonisti: Virgilio Zernitz ed Eros Pagni, perfettamente calati nelle rispettive parti. Il primo è un nobilotto - il conte
Anselmo - che si esprime, in italiano, con una proprietà di linguaggio che
rasenta l’affettazione; un uomo che si è isolato in un universo tutto suo per
difendersi dalle acrimonie familiari; un sognatore, cocciuto nella sua puerile
e rovinosa natura. Aspetti, questi, che Zernitz
sottolinea con precisione, rigore e naturalezza,
assieme.
Gli si contrappone Pantalone, il mercante borghese che parla in veneziano; il
maschio tutto d’un pezzo, solido, senza tanti grilli
per la testa, che ha il solo obbiettivo di salvare la baracca dalla rovina
finanziaria e degli affetti. Pagni vi si immerge totalmente, conferendo
al personaggio lucidità e "ruspante" avvedutezza che ti conquistano. Ben tratteggiati i ruoli femminili, uniti dalla medesima superbia e
dal desiderio - supportato da differente ragioni - di non cedere il passo alla
rivale: a suo agio Anita Bartolucci quale perfida contessa;
abile anche Gaia Aprea, la giovane e caparbia
Doralice in cui, tuttavia, i toni volutamente "urlati", appaiono
talora eccessivi. Convincenti anche i "cicisbei" assai ben
caratterizzati da Paolo Serra (il dandy Cavaliere del bosco) e da Enzo Turrin (un dottor Anselmi);
l’agguerrita Colombina di Nunzia Greco così come sono
godibili gli artifici di Brighella (Piergiorgio Fasolo)
e Arlecchino Giovanni Calò) e l’inetto Giacinto (Aldo Ottobrino) figlio del
conte.
La compagnia, insomma, procede con passo sicuro per le due ore e un quarto di
uno spettacolo senza soluzione di continuità. Ma è il tocco
di Pasqual che conferisce impronta particolare a un Goldoni che, alla fin fine, non è così diverso dal solito.
Il regista catalano toglie alla storia una specifica collocazione
temporale per inglobarle invece tante altre. I vari momenti della vicenda sono
scanditi mediante la rotazione di siparietti mobili che, ogni volta,
corrispondono a un avanzamento del tempo. Ecco allora, che allo scenario tipico dell’epoca se ne
sovrappongono, di volta in volta, altri. Così, l’era di Goldoni cede il passo ai secoli successivi, con relative
musiche e abbigliamenti, fino ad arrivare ai giorni nostri, con uno dei
cicisbei con tanto di telefonino, a testimonianza di come l’animo umano, oggi
come ieri, sia in fondo sempre lo stesso.
A quest’ azzeccata
soluzione scenica si accompagna un’indubbia maestria nel dirigere gli attori: è
come se Pasqual prendesse le misura a ciascuno di
essi, decretandone con assoluta precisione entrata e uscita di scena.
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”
Battuta emblematica
della drammatica Vita di Galilei, di Bertold Brecht, rappresentata al
Teatro Nuovo di Verona dal 20 al 25 novembre. Talvolta sarcastico,
altre volte commovente, Franco Branciaroli , per
la regia di Antonio Calenda , ha
coinvolto con la storia della vita dello
scienziato pisano, raccontandone l'invenzione del cannocchiale, la scoperta dei pianeti di Giove,
la prima condanna del Sant'Uffizio, e la
vecchiaia trascorsa dopo la seconda e
definitiva condanna dei grandi Inquisitori in seguito alle sue
teorie. Ricordiamo che nel 1633 fu
riconosciuto colpevole di «aver tenuto e creduto dottrina
falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il Sole non si muova
da oriente ad occidente, e che
Sotto il suggestivo scenario di un grande cielo stellato si è così assistito alla storia del grande genio del 1600 rimasto sempre uomo e come tale amante dei piaceri della vita, e disposto all’abiura, dapprima per poter continuare a lavorare, poi semplicemente per paura del dolore fisico.
Galileo tentò di dimostrare le teorie copernicane con l’aiuto del figlio della sua governante, Andrea, che lo seguì fino alla fine della sua esistenza e a cui venne lasciato il compito di salvare le sue ricerche.
Applauditi tutti gli attori (ha brillato l’Andrea Sarti ragazzino), che hanno recitato in costume, mentre Franco Branciroli ha impersonato il grande toscano indossando giacca e pantaloni, proprio alla Brecht.
Claire Sargint – 26.11.2007
Marco Paolini, classe 1956, che torna in teatro dopo Il sergente,
adattamento del romanzo di Mario Rigoni Stern Il sergente della neve.
Attivo fin dagli anni Settanta, si è affermato presso il grande pubblico con il
suo teatro civile, in cui ha saputo raccontare con lucidità e completezza di
informazione alcuni inquietanti fatti di cronaca italiana, spesso ancora
avvolti nel mistero (su tutti Il racconto del Vajont e I-TIGI Racconto
per Ustica).
I Mercanti di Liquore sono in tre: Lorenzo Monguzzi (voce e chitarra acustica);
Piero Mucilli (fisarmonica); Simone Spreafico (chitarra classica flamencata).
Hanno un personalissimo approccio alla canzone d’autore, arricchito da
composizioni proprie a metà tra le suggestioni delle melodie popolari e una
ritmica prepotente e moderna.
Chi non ha il senso dell'orientamento
rischia di smarrirsi facilmente, e sovente lo fa. Io lo so bene, perché ne sono
sprovvisto. Una persona smarrita la si riconosce subito, in mezzo alla strada.
La si vede dagli occhi che ha, che disperatamente cercano qualcuno che dica
“Noi siamo qui”, puntando il dito su una cartina. Chi non ha il senso
dell'orientamento non riesce e mettere insieme le cose. Tende a ragionare per
frammenti topografici, e così facendo si costruisce geografie ridotte, piccoli
spazi di manovra. Fuoriuscito dalla propria zona, poi, non è più in grado di
spostarsi in autonomia. Chi ha la visione d'insieme, viceversa, è in una
posizione di potere, nei confronti del disorientato. Mantenere il disorientato
nel suo disorientamento dà la garanzia di tenerlo in pugno. Non a caso, il
sequestratore mantiene il suo ostaggio bendato fino al covo in cui lo terrà
recluso. Solo allora gli libera lo sguardo, sapendo che dalla porzione di
spazio che occupa non riuscirà mai a risalire alla propria posizione nel mondo.
Costruire micromappe del contemporaneo, raccontare per minuscoli frammenti,
serve a tenere le persone con un'autonomia di pochi metri, con la corda lunga
quel tanto che basta a dare l'impressione di potersi muovere. Ecco allora che
provare a mettere insieme i frammenti, tentare di disegnare mappe complessive è
un po' come volersi levar via la benda dagli occhi prima di trovarsi murati
sotto terra. Mi piace pensare che abbiamo provato a mettere insieme frammenti
di Miseria per vedere che effetto ci facevano, per vedere che mondo
disegnavano. Per provare a puntare il dito e dire “Noi siamo qui”, da qualche
parte sulla mappa. Il procedimento è stato semplice: abbiamo creato dei
cortocircuiti tra discorsi troppo spesso tenuti separati. Così abbiamo messo
insieme Margaret Thatcher e Khomeini, lo sciopero dei minatori gallesi nello
Yorkshire e la “Marcia dei colletti bianchi” della Fiat, i lavoratori precari
di oggi e quelli ipergarantiti di una volta. Così abbiamo deciso di raccontare
in uno stesso spazio narrativo la dittatura del marketing, l'imperativo della
tecnologia a tutti i costi, la coazione al consumo, l'abbattimento dello stato
sociale, quella febbricitante euforia acritica che ci prende tutti, di fronte
all'abbondanza. E ancora: la crisi del 1929 e la new economy, le nuove
superstizioni e lo smantellamento del vecchio bagaglio illuminista, il mercato
e la sua arrogante libertà. Al tempo stesso abbiamo visto qual era il
precipitato, di tutto questo: gli scarti, i caduti per via, i lasciati per
terra nella marcia trionfale verso il liberismo, verso il “nuovo ordine
mondiale”. Quello che ci siamo trovati davanti, in questo tentativo di
riposizionamento, non è nient'altro che una nuova forma di ideologia. Come non
ci fossero altre strade possibili, come se tutto questo non fosse altro che un
destino. Come se non ci fossero responsabilità. Messe insieme tutte le tessere,
quella che ne è venuta fuori è una mappa. E per chi è abituato a smarrirsi, è
l'unico punto di riferimento possibile. Questa mappa è certo incompleta, parziale,
ma è una mappa su cui ci siamo disegnati anche noi. Per farlo abbiamo dovuto
chiedere aiuto, fare delle domande, come si fa sempre quando ci si perde.
Alcune domande le abbiamo fatte, idealmente, a Margaret Thatcher. Ci è sembrato
che lei quella strada la conoscesse bene, per averla battuta prima di altri.
Alla fine forse non ci siamo riusciti, a dire “Noi siamo qui”. Però un po' di
cose che ci stavano intorno, quelle le abbiamo viste davvero.
Andrea Bajani _ gennaio '07
Dal 26 febbraio al 2 marzo andrà in scena Sei brillanti di e con Paolo Poli,
uno spettacolo al femminile dove l’attore, autore e regista prende
spunto dagli scritti di sei giornaliste del ’900. Dal 4 al 9 marzo, infine,
sarà Alessandro Gassman, in veste anche di regista, a chiudere la stagione con
La parola ai giurati di Reginald Rose che servì da sceneggiatura per l’omonimo
film di Sidney Lumet (1957) con Henry Fonda. Il dramma porta alla luce i
pregiudizi e le false certezze che caratterizzano il comportamento dei giurati.
29 – 30
settembre 2006
clicca Roberto
Benigni in ARENA
FILRMONICO 2006/2007
clicca
Fondazione Arena. Cinque opere (due e le
sorprese così come alcuni degli esecutori più qualificati del momento.
C’è da aspettarsi, dunque, una serie di eventi di rilievo che non solo andranno
ad alzare il tasso artistico del Filarmonico, per buona parte dell’anno
ritenuto spesso una Cenerentola, ma anche a soddisfare i palati più esigenti
del pubblico. Cinque opere (di cui due in forma di concerto) e tre balletti in
cartellone non sono poca cosa, soprattutto pensando alla nuovissima produzione
dell’Anna Bolena di Donizetti, con il debutto, come protagonista, di uno dei
soprani italiani di indiscusso talento: la ligure Mariella Devia. Si tratta di
una cantante di fama internazionale, interprete acclamata nei maggiori teatri e
istituzioni musicali del mondo. Anna Bolena avrà la preziosa regia di Graham
Vick, uno dei più quotati ed ingegnosi ideatori d’opera degli ultimi tempi,
mentre scene e costumi porteranno la firma di Paul Brown. Faranno da cornice
alla Devia altri noti cantanti tra cui il basso Michele Pertusi (Enrico VIII);
il promettente giovane tenore Francesco Meli (lord Riccardo Percy); Elena Belfiore
(Smeton); Marco Spotti (lord Rocheford); Marina Domashenko (Giovanna Seymour) e
Cristiano Olivieri (sir Harvey).
Un altro nuovo allestimento previsto è quello de
A completare il cartellone lirico, il Macbeth verdiano nella coproduzione tra
l’Arena ed il Teatro Regio di Parma, con regia di Liliana Cavani e con scene di
Dante Feretti (due nomi che non hanno bisogno di presentazione), costumi di
Alberto Verso e coreografia di Amedeo Amodio. Il grande protagonista dell’opera
sarà Leo Nucci (Macbeth), con Raffaella Angeletti (lady Macbeth), Giorgio Surian
(Banco) e Roberto Aronica (Macduff). Due sorprese sono costituite dalla
versione in forma di concerto della tragedia lirica La voix humaine di Poulenc
e della Jolanta di Ciajkowski. Della prima, non è ancora noto il nome
dell’unica interprete, ma la celebre partitura sarà diretta dal talentuoso
austriaco Anton Stefan Reck, più volte assistente di Claudio Abbado e vincitore
nel 1985 sia del primo concorso internazionale "Arturo Toscanini" che
del "Gino Marinuzzi". Per la seconda, il celebre direttore Vladimir
Fedossev guiderà una compagnia di cantanti russi nella quale spiccano
Anche il calendario della danza si prospetta interessante con la
riproposizione, al Filarmonico, de La bottega fantastica su musiche di
Rossini-Respighi e di Drowning by number su quelle di Michael Nyman, nella
coreografia del giovane Matteo Levaggi, con la scenografia visuale di Luca
Scarzella e i costumi di Anna Biagiotti.
Interpreti principali saranno Alessia Gelmetti, Amaya Ugarteche, Giovanni Patti
e Antonio Russo. L’orchestra areniana sarà diretta da Kevin Rhodes. Nuovo
invece l’allestimento della Cenerentola di Prokofiev nella coreografia di Maria
Grazia Garofoli. Si tratta di un’opera di grande impegno musicale oltre che uno
dei migliori esempi contemporanei di balletto, per la cui guida si è ricorsi -
dopo l’efficiente prova da lui fornita in Arena con Cavalleria rusticana e
Pagliacci - alla provata capacità del bulgaro Julian Kovatchev. È previsto
infine, un allestimento della Fondazione nazionale della danza Atertballetto di
Reggio Emilia che, per la coreografia di Amedeo Amodio, le scene di Mario
Ceroli ed i costumi di Luisa Spinatelli, proporrà un balletto sulle musiche
della Sinfonia drammatica Romeo e Giulietta di Berlioz. Ne saranno interpreti
principali Roberto Bolle, Letizia Giuliani e Ma Cong. Dirigerà l’orchestra
areniana ancora Kevin Rhodes.
Fino ad esaurimento delle disponibilità è possibile sottoscrivere nuovi
abbonamenti alle stagioni sinfonica, lirca e di balletto della Fondazione
Arena.
Gianni Villani