FILARMONICO 2006/2007
Sublime
passo d’amore Bolle-Giuliani, un «Romeo e Giulietta» da applausi
Straordinario.
Al Filarmonico quindici minuti di applausi al termine della rappresentazione
della Fondazione Arena, agli interpreti - in particolare alla coppia
protagonista, la dolcissima Letizia Giuliani e l’apollineo Roberto Bolle - e
anche al coreografo Amedeo Amodio. Eppure questo suo balletto, «Romeo e
Giulietta», ha vent’anni. Lo compose nella stagione 1986/87 per la compagnia
Aterballetto, di cui era direttore: allora era sicuramente un lavoro più
dirompente e innovativo, ma oggi conserva intatta tutta la drammaticità, la
forza e l’eleganza che ricordavamo. E non è solo merito della scelta musicale,
la «sinfonia drammatica» di Berlioz anziché la più usata partitura omonima di
Prokofiev, ma del lavoro drammaturgico di Amodio, che è una delle sue
caratteristiche che amiamo di più e che in questo caso dà risultati eccellenti.
La drammaticità della musica, accentuata dalla voce recitante di Gabriella
Bartolomei, trova sul palcoscenico la sua traduzione perfetta. Niente nutrici,
preti, parate e pantomima. Via tutto. Restano Romeo e Giulietta, visti nei
momenti salienti della loro storia: l’incontro, l’innamoramento, la morte.
Attorno a loro una città piena di odio, materializzato nei continui duelli che
sono scontri di spade ma anche di sentimenti.
Una «storia di conflitti, interiori ed esteriori, più che d’amore» come scrisse
allora Alfio Agostini. Una storia vera, concreta, che indulge al fantastico
solo nel racconto di Mercuzio sulla Regina Mab, quasi a volere un ideale
viatico da Shakespeare.
La voce recitante porta parole, respiri, singhiozzi, mezze frasi che rimangono
sospese e ricominciano all’infinito, spezzate come i pensieri turbinosi di due
ragazzi emozionati al loro primo innamoramento e spaventati dalla prospettiva
di dover combattere con le famiglie per poterlo vivere. La parola, che è
pensiero a voce alta, sostituisce egregiamente la musica, tanto che nel primo
passo a due neppure ci si accorge che la musica non c’è. Passa un brivido sulla
schiena, tant’è forte la sensazione di leggere nel cuore di questi personaggi.
La tragedia è dietro l'angolo, moriranno Mercuzio e poi Tebaldo, e Giulietta al
loro funerale prenderà la decisione. Anche qui niente scorciatoie: lei si
«butta», letteralmente, verso la morte apparente, senza i tentennamenti che la
maggior parte delle coreografie di repertorio ci hanno sempre proposto, unica
eccezione McMillan che ne fece un capolavoro di immobilità, con la paura della
giovane tanto realistica da sentirla nostra. Amodio invece vuole una Giulietta
decisa, e ce la fa vedere quando già a messo in pratica il suo piano. Romeo
sembra subire le decisioni dell’amata: è lei che «urla dentro» la gioia di
averlo conosciuto, è lei che scende dal balcone ad incontrarlo, è sempre lei
che disegna una strategia di fuga insieme. Romeo non vorrebbe combattere, non
vuole neppure uccidere e inorridisce alle sue mani insanguinate, eppure la
segue anche nella morte.
Emozionante l’interpretazione di Roberto Bolle e di Letizia Giuliani,
all’altezza della loro fama. Bolle non è solo bellissimo, ma ha anche una
tecnica strepitosa ed una rara leggerezza nei salti e dà a Romeo uno sguardo
trasognato e slanci adolescenziali. La Giuliani è un talento che è un piacere
guardare, leggera ed elegante. Amodio, del resto, «regala» loro un passo a due
d’amore che è la fine del mondo.
Non da meno il Mercuzio di Breno Bittencourt, tecnica impeccabile anche nei
dettagli. Accanto a loro ben figura il resto del cast, a proprio agio con lo
stile neoclassico di Amodio, Alessandro Riga (Benvolio), Antonio Russo
(Tebaldo), Giovanni Patti (Paride) e Alessia Gelmetti (Mab). Applausi meritati
anche all’orchestra, diretta da Kevin Rhodes, al coro e alla cantante solista,
il mezzosoprano Debora Baronesi, e una nota di merito ai costumi di Luisa
Spinatelli, per niente datati.
Si replica oggi, il 27 aprile e il 2 maggio alle 20.30 e il 29 aprile alle 17,
con gli stessi interpreti ma con Amaya Ugarteche al posto della Gelmetti
stasera e nelle ultime due recite.
Daniela Bruna Adami
ANNA BOLENA - Per l'ultimo titolo della Stagione Lirica 2006-2007 al
Teatro Filarmonico la Fondazione Arena di Verona propone - sabato 24 marzo 2007
alle ore 20.30 - un nuovo allestimento, che si preannuncia di grande interesse,
dell'opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti: il grande artista inglese Graham
Vick, che si è già cimentato in Arena nel 2004 con La Traviata ne curerà la
regia, mentre Paul Brown, da sempre suo collaboratore, sarà responsabile di
scene e costumi.
Stellare il cast che vede Mariella Devia al debutto nel drammatico ruolo
della regina inglese affiancata da artisti come Michele Pertusi (Enrico VIII),
Francesco Meli (Riccardo Percy), Marco Spotti (Rocheford), Marina
Domashenko (Giovanna Seymur).
L'opera, che non si rappresenta a Verona da oltre 160 anni (le uniche tre
edizioni al Teatro Filarmonico risalgono al 1833, 1835 e 1843) e a cui
sarà dedicata una puntata della trasmissione "Prima della Prima" di
Rai Tre, sarà diretta dal Maestro Lü Jia attuale Direttore musicale dei
complessi artistici areniani.
Sono previste 4 repliche nei giorni 27, 29 marzo e 1, 4 aprile.
Fondazione Arena. Ovazioni
interminabili al debutto dell’opera. Creativa, intelligente, moderna la regia
di Liliana Cavani
Nucci, un Macbeth perfetto - Eccelle per stile e dizione. Bene anche gli altri
interpreti e il coro
La
missione redentrice dei registi di oggigiorno, si sa, è quella di spiegare al
pubblico le profonde ragioni psicologiche degli argomenti drammatici, che da
anni si credeva di conoscere a memoria. Così fa Liliana Cavani in questo
allestimento del Macbeth verdiano, andato in scena l’altra sera al Teatro
Filarmonico dove, con l’aiuto dello scenografo Dante Ferretti crea la struttura
circolare di un teatro elisabettiano - forse lo storico "Globe" -
rifatto in stile anni Quaranta. L’azione viene trasferita dal Medioevo al
Seicento e si svolge all’interno dello spazio scenico, che in sei quadri si
allarga, consentendo alle balconate di arretrare e di modificarsi.
Sopra di esse vi è un pubblico vario, che passeggia, chiacchiera, scende in
scena e serve da sipario per i (troppi) cambi, quasi annoiato dalla vicenda che
si sta svolgendo, mentre in qualche occasione partecipa invece all’azione
condividendo la tensione emotiva dei protagonisti. La regia li anima attraverso
una narrazione avveduta e oculata, che conosce momenti di vero fascino
specialmente quando risolve l’enigma delle streghe, di cui è chiara a tutti la
funzione drammatica. Macbeth le incontra, assieme a Banco, nel mezzo di una
strada. Sono delle popolane, delle lavandaie, che nel terzo atto figurano intente
al loro lavoro e sempre pronte a unirsi nella danza con un gruppo di
bellimbusti. Sono pure delle chiaroveggenti, in preda a convulsioni, che nel
subbuglio sembrano cadere in trance, quasi a mostrare un forte connubio
tra la magia infernale e l’oscenità.
Liliana Cavani affida così al popolo ed alla sua parte più emarginata, la
predizione del futuro. I regnanti, Macbeth e Lady, travolti dalle passioni e
dal potere, incapaci di comprendere la storia e di individuarne un disegno,
devono scendere al livello della classe immonda che vessano e detestano e avere
con lei uno rapporto. Tutta la materia è scrutata con eleganza e senza quella
impudicizia che piace molto ad una certa corrente di registi odierni. Il lavoro
della Cavani è sinonimo di profonda intelligenza, di stimolante creatività e di
lucida, analitica modernità. È sempre all’interno della musica, mai
prevaricante né inutilmente provocatoria o sopra le righe, di forte impatto
drammatico senza andare alla ricerca di astruse e forzate reinterpretazioni.
Il direttore d’orchestra Friedrich Haider traduce Shakespeare con semplice
efficienza, senza stimoli o interpretazioni personali. Niente tempi larghi,
alla ricerca di chiaroscuri, ma piuttosto tempi stringati che puntano
direttamente all’essenza, allo scarno.
Nei panni del protagonista c’è, per fortuna, Leo Nucci, un Macbeth fra i più
interessanti degli ultimi anni, in grado di accrescere il tasso qualitativo
dell’opera. Il famoso baritono giganteggia in scena per stile e dizione
perfetta. È forte, regale, compenetra il suo personaggio col caldo colore del
timbro, l’omogeneità dell’emissione, la facilità nel sostenere tessiture molto
faticose, indirizzate verso uno scavo espressivo di cui è sempre prodigo. Nel
duetto con Lady, "Ora di morte”", gareggia in sottigliezze espressive
e fluidità di canto, lungo un ventaglio, quanto mai ampio di dinamiche e di
colorito, aperto dall’orchestra. La Lady di Raffaella Angeletti non è di pari
altezza, anche se regge bene il temibile confronto. Qualche acuto estremo è un
po’ tirato, acidulo, ma ha lo slancio necessario e la giusta spericolatezza per
buttarsi in una simile vocalità. L’artista è un’ottima fraseggiatrice, una
cantante-attrice, convincente nella scena del sonnambulismo che carica di
significato tutto quello che dice, in grado in definitiva di disegnare una Lady
crudele e sadica, determinata prima e travolta dopo.
Nella parte di Banco, Giorgio Surian si mostra cantante di rango, cui non
sfugge il senso della grande oratoria verdiana nel "Gemea cupo l’augel dei
tristi auguri". Roberto Aronica è a suo agio in Macduff, cui presta un
timbro senz’altro pregevole, eroico e nobile come lo vuole Verdi. Corretto il
Malcolm di Antonello Ceron; di lusso la dama di Lady, Stefania Spaggiari;
efficaci il medico di Gianluca Breda, l’Araldo di Maurizio Magnini e il
domestico/sicario di Dario Giorgelé.
Il coro areniano risponde superbamente ed in "Patria oppressa!" dà
una lezione di eccezionale partecipazione. Da parte sua, il corpo di ballo
danza in estrema scioltezza con Amaya Ugarteche e Antonio Russo in prima fila.
Molto ammirati i suntuosi costumi di Alberto Verso, sempre opportunamente
illuminati da Sergio Rossi. Il successo della serata non manca ed è Leo Nucci
alla trascinare tutto il pubblico in un’ovazione interminabile.
«La
Sonnambula»

CENERENTOLA


Fondazione Arena. Cinque opere (due e
le sorprese così come alcuni degli esecutori più qualificati del momento. C’è da
aspettarsi, dunque, una serie di eventi di rilievo che non solo andranno ad
alzare il tasso artistico del Filarmonico, per buona parte dell’anno ritenuto
spesso una Cenerentola, ma anche a soddisfare i palati più esigenti del
pubblico. Cinque opere (di cui due in forma di concerto) e tre balletti in
cartellone non sono poca cosa, soprattutto pensando alla nuovissima produzione
dell’Anna Bolena di Donizetti, con il debutto, come protagonista, di uno
dei soprani italiani di indiscusso talento: la ligure Mariella Devia. Si tratta
di una cantante di fama internazionale, interprete acclamata nei maggiori
teatri e istituzioni musicali del mondo. Anna Bolena avrà la preziosa
regia di Graham Vick, uno dei più quotati ed ingegnosi ideatori d’opera degli
ultimi tempi, mentre scene e costumi porteranno la firma di Paul Brown. Faranno
da cornice alla Devia altri noti cantanti tra cui il basso Michele Pertusi
(Enrico VIII); il promettente giovane tenore Francesco Meli (lord Riccardo
Percy); Elena Belfiore (Smeton); Marco Spotti (lord Rocheford); Marina
Domashenko (Giovanna Seymour) e Cristiano Olivieri (sir Harvey).
Un altro nuovo allestimento previsto è quello de La Sonnambula di
Bellini con regia, scene e costumi di Hugo De Ana, che ritorna dopo
l’eccezionale Tosca areniana ed i Racconti di Hofmann, rimasti
nella storia del Filarmonico. Anche in questo caso è attesa un’apprezzata
protagonista degli ultimi anni: il soprano Eva Mei (Amina). Accanto a lei si
alterneranno due famosi bassi, oltre a Pertusi, anche il trevigiano Giovanni
Furlanetto (conte Rodolfo) e i due tenori Antonino Siragusa e Mario Zeffiri nel
ruolo di Elvino. Dirigerà l’esperto Patrik Fournillier, più volte ammirato in
Italia per le prove alla Scala, all’Opera di Roma, al Comunale di Bologna e per
la direzione musicale (dal 1998 al 2000) dell’Orchestra Sinfonica dell’Emilia
Romagna "Arturo Toscanini".
A completare il cartellone lirico, il Macbeth verdiano nella
coproduzione tra l’Arena ed il Teatro Regio di Parma, con regia di Liliana
Cavani e con scene di Dante Feretti (due nomi che non hanno bisogno di
presentazione), costumi di Alberto Verso e coreografia di Amedeo Amodio. Il
grande protagonista dell’opera sarà Leo Nucci (Macbeth), con Raffaella
Angeletti (lady Macbeth), Giorgio Surian (Banco) e Roberto Aronica (Macduff).
Due sorprese sono costituite dalla versione in forma di concerto della tragedia
lirica La voix humaine di Poulenc e della Jolanta di Ciajkowski.
Della prima, non è ancora noto il nome dell’unica interprete, ma la celebre
partitura sarà diretta dal talentuoso austriaco Anton Stefan Reck, più volte
assistente di Claudio Abbado e vincitore nel 1985 sia del primo concorso
internazionale "Arturo Toscanini" che del "Gino Marinuzzi".
Per la seconda, il celebre direttore Vladimir Fedossev guiderà una compagnia di
cantanti russi nella quale spiccano la Jolanta di Irina Lungu, la Marthe di
Larissa Savchenko, il René di Benno Schollum ed il Robert di Andrei Grigoriev.
Anche il calendario della danza si prospetta interessante con la
riproposizione, al Filarmonico, de La bottega fantastica su musiche di
Rossini-Respighi e di Drowning by number su quelle di Michael Nyman,
nella coreografia del giovane Matteo Levaggi, con la scenografia visuale di
Luca Scarzella e i costumi di Anna Biagiotti.
Interpreti principali saranno Alessia Gelmetti, Amaya Ugarteche, Giovanni Patti
e Antonio Russo. L’orchestra areniana sarà diretta da Kevin Rhodes. Nuovo
invece l’allestimento della Cenerentola di Prokofiev nella coreografia
di Maria Grazia Garofoli. Si tratta di un’opera di grande impegno musicale
oltre che uno dei migliori esempi contemporanei di balletto, per la cui guida
si è ricorsi - dopo l’efficiente prova da lui fornita in Arena con Cavalleria
rusticana e Pagliacci - alla provata capacità del bulgaro Julian
Kovatchev. È previsto infine, un allestimento della Fondazione nazionale della
danza Atertballetto di Reggio Emilia che, per la coreografia di Amedeo Amodio,
le scene di Mario Ceroli ed i costumi di Luisa Spinatelli, proporrà un balletto
sulle musiche della Sinfonia drammatica Romeo e Giulietta di Berlioz. Ne
saranno interpreti principali Roberto Bolle, Letizia Giuliani e Ma Cong.
Dirigerà l’orchestra areniana ancora Kevin Rhodes.
Fino ad esaurimento delle disponibilità è possibile sottoscrivere nuovi
abbonamenti alle stagioni sinfonica, lirca e di balletto della Fondazione
Arena.
Gianni Villani
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